1975: Fabrizio De André alla Bussola di Sergio Bernardini

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Era il 1975: Fabrizio De André alla Bussola di Sergio Bernardini
Venti anni fa ci ha lasciato Fabrizio De André, uno dei più grandi geni della canzone d’autore italiana.
De André, personaggio schivo, intellettuale difficile, uomo attento agli ultimi e agli umili, autore e cantante che non amava esibirsi in pubblico venne a lungo corteggiato a metà degli anni ’70 del secolo scorso da Sergio Bernardini che voleva fortemente organizzare una concerto del cantautore genovesa alla sua Bussola.
Chiunque avrebbe pensato e detto che il cantante anarchico mai avrebbe potuto accettare di esibirsi sul palco del locale più amato dalla grande borghesia italiana.
In quegli anni erano ancora molto freschi i ricordi degli scontri che si erano scatenati violentissimi la sera dell’ultimo dell’anno del 1968 tra i manifestanti che, come era accaduto poche settimane prima davanti alla Scala di Milano, volevano contestare e protestare contro i borghesi in festa.
La manifestazione organizzata da “Potere Operaio” di Pisa era stata promossa con lo slogan “Il 31 dicembre faremo la festa ai padroni”. Quella sera alla Bussola era previsto per il veglione di Capodanno il concerto di Fred Bongusto e Shirley Bassey.
I manifestanti erano moltissimi e gli scontri con la polizia degenerano: la polizia sparò ad altezza uomo.
Un giovane di 16, Soriano Ceccanti di Pisa, venne colpito da una pallottola alla colonna vertebrale che lo paralizzò per sempre.
Nel 1975, dunque, era cosa certa che la presenza di De André alla Bussola avrebbe scatenato proteste e malumori.
De André era da tutti considerato uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, era un pensatore alternativo al potere e aveva sempre posto la sua sensibilità e la sua attenzione ai drammi degli essere emarginati, differenti, ai reietti della sociatà.
Difficle accostare il suo nome ai luoghi e ai modi della borghesia italiana.
Difficile credere che potesse cantare alla Bussola, il club che a quel tempo pagava i cachet più alti del mondo e sui cui divani era possibile notare spesso i Moratti, gli Agnelli.
Sergio Bernardini però non era certo un uomo comune e, pare anche con il decisivo aiuto di Mina, riuscì a ingaggiare De André.

La sera del 18 marzo 1975 La Bussola ebbe in cartellone il concerto di De André che si esibì accompagnato dai musicisti Ricky Belloni, Giorgio Usai, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo.
De André ebbe una grande serata sullo stesso palco che era stato di altri mostri sacri della musica nazionale e internazionale come Gino Paoli, Mina, Aretha Franklin, Marlene Dietrich e Ray Charles.
Quella sera tra il pubblico erano presenti, per la sua prima assoluta, amici ed estimatori di Fabrizio De André: Marco Ferreri, Paolo Villaggio, Lino Toffolo e Francesco De Gregori.
La prima canzone fu “La cattiva strada”.
Il concerto fu un evento eccezionale e scatenò, come previsto, dibattiti e contestazioni.
De André venne accusato si aver tradito suoi ideali e le sue idee per soldi, di aver tradito il suo stesso lavoro artistico visto che era appena uscito il suo album più politico “Storie di un impiegato”.
Si diceva che De André si era venduto alla borghesia: si parlò di 300 milioni di ingaggio, una cifra impressionante per quei tempi, anche il costo dei biglietti, diecimila lire, era stato ritenuto troppo alto.
In realtà forse oggi possiamo dire che Fabrizio De André era artista che non poteva essere omologato, catalogato in nessuno stereotipo, neanche in quello di anarchico o di rivoluzionario.
Oppure, più banalmente, De André aveva deciso di aprire una nuova finestra alla sua attività di compositore e cantante, quella dei concerti in pubblico e che per farlo avesse scelto uno dei più grandi manager in attività: Sergio Bernardini, appunto.
Non è un caso che negli anni successivi De André abbia fatto il grande tour con la PFM e che a proposito di questa esperienza abbia detto: «L’idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino: forse in una vita precedente ero un pirata e così una parte di me mi diceva di accettare. In più ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull’assenza di nuove motivazioni. E la PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro. La tournée con loro è stata un’esperienza irripetibile perché si trattava di un gruppo affiatato con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l’hanno messo al mio servizio.»

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