Agli Uffizi “Il dittarore folle” di Chini oltre mille le opere del suo repertorio

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di Veronica Ferretti – Acquisito dal Ministero dei Beni Culturali per la Galleria degli Uffizi di Firenze il cartellone preparatorio per la grande opera “Il dittatore folle” resterà in mostra sino alla fine di agosto per ricordare il 75mo anniversario della Notte dei Ponti del 4 agosto 1944 quando l’esercito tedesco, per coprirsi la ritirata di fronte a quello degli Alleati arrivato all’Oltrarno, fece saltare tutti i collegamenti sull’Arno, all’infuori del Ponte Vecchio.

L’opera di Galileo Chini tratta dalla collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, dipinta del 1938 quando Hitler fece visita a Firenze, è una allegoria delle atrocità di ogni guerra scatenata da dittatori folli come quella che da lì a un anno, a partire dal 1939, con l’occupazione nazista della Polonia, avrebbe dilaniato l’Europa.

Prima di questa opera, Galileo Chini, pioniere dell’Art Nouveau, autore di raffinate pitture e decorazioni, nel 1917 aveva già fatto riferimento al primo conflitto mondiale con “Scene di Guerra. Morte dell’aspirante ufficiale, medaglia d’oro al valor militare”.

In occasione della visita di Hitler a Firenze, l’anno successivo all’abbozzo del “Dittatore folle”, vista la città decorata di bandiere con la svastica e addobbi effimeri, Galileo Chini – che due anni prima, nel 1937, era stato nominato, nella classe pittura, Accademico della Reale Accademia delle Arti del Disegno – si rifiutò di partecipare alle celebrazioni in onore dell’ospite esprimendo un dissenso che gli costò l’incarico di professore accademico e il rischio di una condanna al confino che, difendendosi in tribunale, riuscì fortunatamente a evitare.

Finita la guerra e con Firenze tornata libera, Galileo Chini addolorato sia dall’abbattimento dei ponti sull’Arno che per le distruzioni nella zona dei Lungarni e di Por Santa Maria, provocati dall’esplosione delle mine disseminate dall’esercito tedesco in ritirata sulla Linea Gotica a nord della città, nell’ottobre del 1945 donò ufficialmente al Comune di Firenze 13 dipinti che testimoniavano quelle rovine.

Prosegue, frattanto, il paziente lavoro di ricostruzione dell’intero Repertorio delle opere dell’artista fiorentino, ma che per tante parte della sua vita, oltre che alle Fornaci di San Lorenzo, ove tra l’altro nel 1921 realizzò il grandioso rivestimento ceramico delle Terme Berzieri di Salsomaggiore, visse e lavorò tra Viareggio (tra la casa di vacanze a Fosso all’ Abate e Torre del Lago Puccini), Salsomaggiore e Montecatini Terme. Proprio qui, tra il 1904 e il 1919, decorò il Padiglione dei Sali Tamerici, il Salone delle Feste dal Grand Hotel La Pace, l’atrio delle Terme Tettuccio e il nuovo Palazzo comunale.

Questo Repertorio è in stato avanzato di lavorazione. Con la supervisione di Paola Polidori Chini, nipote dell’artista, da tempo vi ha lavorato un qualificato gruppo di quindici fra critici e storici dell’arte uno dei quali, Neugreudee Lohapon, proviene da Bangkok dove il maestro del Liberty italiano nel 1913 decorò il Palazzo del Trono con il grandioso dipinto “La festa dell’ultimo giorno dell’anno cinese”, considerato uno dei suoi capolavori.

Allo stato attuale, nel repertorio che provvede ad una sistematica pubblicazione di tutti i lavori eseguiti da Galileo Chini risultano classificate 1230 opere distinte tra dipinti (oltre 600 tra paesaggi, nature morte e figure), più di 200 opere in ceramica tra cui quelle che hanno trionfato dal 1902 in poi nelle Esposizioni Internazionali d’arte svoltesi a Torino, a Monaco di Baviera e a Bruxelles, un centinaio di decorazioni e quasi altrettanti disegni, ma anche lavori per il teatro e per l’opera lirica. Suoi furono, infatti, i disegni e i dipinti per scene, costumi e manifesti de “La cena delle beffe” di Sem Benelli che nel 1909 debuttò al teatro Argentina di Roma e nel 1924 i bozzetti per “Turandot”, l’ultima opera di Giacomo Puccini.

Nella lunga lista delle opere spiccano, naturalmente, quelle premiate alle tante Mostre Biennali di Venezia alla quali Galileo Chini fu invitato a partire dal 1901 con l’opera “La quiete” in stile ‘divisionista’. Vi tornerà ogni due anni fino al 1924 a partire dal 1905 con l’allegoria “Trionfo” e successivamente nel 1907 con una intera sala a lui dedicata dal titolo ‘L’arte del sogno” nella quale espose ‘Icaro’. Fu visitando le opere esposte dal Chini che il re del Siam, rimasto profondamente colpito da tanta bellezza, invitò l’artista a Bankok per decorare il Palazzo Reale.

Nel 1949, anticipando quello che sarebbe avvenuto cento anni più tardi, in occasione del venticinquesimo della morte del grande compositore, idealizzò un teatro dedicato a Puccini sul lago di Torre del Lago. L’anno successivo, mentre è colpito da un grave disturbo alla vista che lo porterà a una quasi cecità, volle far parte del comitato per il recupero delle opere d’arte trafugate dalla Toscana e consegnare al Comune di Viareggio un progetto per l’incremento turistico, culturale e sportivo della zona di levante, mai realizzato.

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