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Alla Factory Tor Art l’Arte di salvare l’arte, resa dai robot in copia perfetta all’originale

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di Veronica Ferretti – Sulle Alpi Apuane da circa tre anni a questa parte un’azienda di lavorazione del marmo bianco di Carrara, dotata di robot antropomorfi a controllo numerico e di scanner laser in 3d, scansionata l’opera d’arte da riprodurre, scavano alla perfezione nella pietra o nel marmo rifacendola come era in origine o la clonano in copia perfetta.
Nel 2016 la prova regina è stata la ricostruzione del Rebuilding Palmira’s Arch – L’Arco del Tempio di Palmira eretto nel II secolo d. C e dedicato all’imperatore Settimio Severo, ma distrutto nel 2015 dalla furia iconoclasta dell’ISIS – celebrato con le esposizioni di Trafalgar Square a Londra, di City Hall Park di New York e nel 2017 nella piazza della Signoria di Firenze per la riunione del G7.
Riprodotto in scala da 1 a 3, alto cioè 5 metri rispetto ai 15 dell’originale, ha richiesto la lavorazione di 12 tonnellate di materiale. Ma altre richieste di intervento necessarie al ripristino di qualcosa che è andato distrutto torneranno a presentarsi, come è acceduto nei mesi scorsi con la richiesta giunta alla TorArt da Parigi, per il rifacimento delle parti in pietra dura della cattedrale di Notre Dame rimaste danneggiate dall’incendio.
Da allora in poi, oltre a operare per la conservazione di opere d’arte che come Palmira rappresentano un patrimonio dell’umanità, Giacomo Massai e Filippo Tincolini, fondatori della factory che sta nelle cave di marmo bianco in via Fantiscritti a Carrara dove si riforniva anche Canova, hanno aperto l’accesso ad artisti italiani e stranieri, come Francesco Vezzoli o il newyorchese Barry X Ball.
In questi casi si tratta di artisti che, grazie alle nuove tecnologie di lavorazione computerizzata, attingono alla scultura classica per innestarvi variazioni o confronti nello stile dell’arte pop: il primo con un self-portrait che sostituisce il proprio volto a quello di Adriano in una scultura di duemila anni fa; l’altro scannerizzando una Pietà Rondanini posta successivamente a confronto, al Castello Sforzesco di Milano, con l’opera originale di Michelangelo. Laddove un tempo in un laboratorio di scultura del marmo a Carrara o altrove trovavi l’artista, lo scalpellino, il fabbro, oggi qui trovi invece il tecnico robotico, l’elettricista o gli operai addetti a spostare i blocchi di marmo tutti pronti, più che a creare ex-novo una scultura, a clonare qualcosa di già esistente perché oggi, dicono i titolari dell’azienda, non tutti gli artisti posseggono competenze specifiche o manualità eccezionali necessarie a lavorare il marmo.
Perché un’opera d’arte possa essere ammirata anche lontano da dove sta l’originale, occorre farne una copia-simulacro come, ad esempio, lo ha chiesto il direttore di un celebre museo tedesco che intende conservare la presenza di una bella scultura di Canova destinata a tornare nella collezione privata che l’aveva data in prestito temporaneo. Forse vi provvederà la TorArt con la sua gigantesca macchina dai bracci robotici scavando nel blocco di marmo la figura da riprodurre facendo ruotare ad altissima velocità e con una precisione millimetrica le punte di diamante che agiscono nella perforazione o nel modellamento del marmo,
Davanti a così tanta perfezione nella riproducibilità di un’opera d’arte, viene da domandarsi come distinguere autenticità da simulacro (che letteralmente significa ‘raffigurare in forme simili’) di un’opera d’arte. Non parliamo della riproduzione classica che finora lo scultore era uso fare dai ‘calchi’, né della riproposizione dell’opera come ‘replica fatta e firmata dall’autore con alcune varianti.
L’unico criterio discriminante, nella società ‘liquida’ in cui viviamo assediati da ‘fake-news’ (o ‘fake-images’), resta probabilmente quello di distinguere una copia clonata da un falso quando non sussista una intenzionalità fraudolenta ben sapendo, in ogni caso, che da sempre esiste la regola secondo la quale uno scultore della propria opera d’arte può riprodurre e apporre la propria firma ad almeno tre copie oltre a quella eventualmente destinata al committente.

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