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BlackKklansman: prendersi gioco dell’odio, l’ultima opera di Spike Lee

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di Andrea Bertuccelli – BlackKklansman: prendersi gioco dell’odio In un precedente articolo avevo parlato di “Roma” di Alfonso Cuarón , anche in relazione al grande successo ottenuto nella notte degli Oscar; proprio in quelle righe avevo fatto cenno ad altre pellicole in lizza nell’edizione di quest’anno che mi avevano particolarmente colpito. Tra queste merita sicuramente un approfondimento “BlacKkKlansman”, l’ultima opera di Spike Lee, che grazie a questo film si è aggiudicato la statuetta per Miglior Sceneggiatura Non Originale, festeggiata sul palco con l’amico Samuel L. Jackson.

L’ultima fatica del regista afroamericano ci racconta la storia vera di Ron Sallworth (interpretato da un convincente John David Washington), un giovane poliziotto di colore che, negli anni ’70, gestì un’operazione sotto copertura all’interno di un cantone del Ku Klux Klan. Per portarla a termine fu aiutato da Flip Zimmerman (Adam Driver, candidato con merito all’Oscar per questa interpretazione), un collega bianco ed ebreo che si infiltrò fisicamente a suo nome nell’organizzazione, mentre Ron manteneva i contatti telefonici coi piani alti del KKK.

Da questo presupposto prende vita una pellicola molto particolare: essenzialmente ci troviamo davanti ad un poliziesco/drammatico a tinte comedy, che intrattiene con efficacia grazie ad un’ottima sceneggiatura (a mio avviso giustamente premiata), si prende i suoi tempi e riesce a veicolare il messaggio del regista. Un film atipico nella filmografia di Spike Lee, abituato a toni più seri, ancora presenti in questa pellicola ma addolciti da sfumature di humour intelligente e provocatorio. In certi passaggi lo spettatore si trova quasi a ridere di gusto; quasi, appunto, perché soffermandosi un attimo sulle tematiche ci si rende subito conto che sono risate amare, a denti stretti. Il tutto grazie ad una satira pungente giocata sull’assurdità della storia e sull’ignoranza dei primatisti bianchi: i bifolchi razzisti degli stati del sud, se utilizzati con abilità, sono dei perfetti mezzi comici, efficaci per far riflettere uno spettatore attento su quanto l’inquietante cattiveria umana sia di base ridicola, fondata essenzialmente su dogmi anacronistici e alimentata da una disarmante superficialità. A tal proposito, la telefonata tra il nostro protagonista e David Duke, il capo del KKK, racchiude l’essenza del film: ci si prende gioco della stupidità razzista con grande intelligenza ed ironia, in pochi minuti di dialogo e con una scena al limite dell’assurdo.

I momenti comedy sono alternati a passaggi drammatici di profonda riflessione storico-culturale, coadiuvati da una regia impeccabile che offre delle inquadrature segnanti e significative, lasciando parlare gli sguardi degli attori e la macchina da presa stessa. D’impatto sono i rimandi ad altre pellicole classiche ed emblematico è l’attacco a “Nascita di una nazione” di Griffith, in una scena dalla straordinaria intensità che sfocia in un momento metacinematografico altissimo, anche grazie ad un montaggio alternato spettacolare. Presente, passato, cinema e realtà si fondono in una scena potentissima, in cui gli estremismi vengono messi alla berlina nel nome del riscatto di un popolo vessato dalla storia.

Il messaggio di critica alla figura di Trump permea tutto il film: le frasi dei primatisti bianchi (“America First”, “Make America Great Again”), ridondanti nella campagna elettorale dell’attuale presidente USA, vengono inserite con abilità all’interno di alcune scene chiave del film, condannando la legittimazione politica di ideali tanto scellerati. In molti hanno giudicato eccessivo questo approccio esplicito di critica, ma tutto sommato, se ci mettiamo nei panni di Spike Lee e di quella che è stata la storia socio-culturale del suo popolo, non c’è da biasimarlo. Anche perché poi, il vero messaggio arriva diretto come un pugno allo stomaco nell’ultima immagine prima dei titoli di coda, in un finale documentaristico in cui vengono utilizzati filmati d’attualità. La morale è chiara e decisamente al di sopra degli schieramenti politici: l’odio porta violenza, la violenza porta alla morte, e tutto ciò alimenta una guerra fra poveri che conduce inevitabilmente a sacrifici innocenti. Vedere capi di stato che, per ovvie strategie politiche e per qualche voto in più, non condannano apertamente certe manifestazioni violente, è disarmante: la legittimazione omertosa di questi estremismi anacronistici può essere pericolosa. Da una parte il Potere Bianco, dall’altra il Potere Nero che cerca un inevitabile riscatto: odio che alimenta odio, croci infuocate che di questo passo non smetteranno mai di ardere. Una chiusura molto pessimista per chi pensa di trovare l’armonia nel rispetto e nella comprensione del prossimo.
Ci troviamo dunque di fronte ad un film controverso, decisamente schierato, seppur non disdegni critiche alla superficialità e all’ottusità di entrambi gli schieramenti in gioco; ha fatto discutere più per l’attacco a Trump che per il messaggio sincero di ripudio verso l’odio viscerale e ingiustificato: questo dispiace, perché in molti non hanno capito che Trump era solo il bersaglio centrale di una critica più ampia e ben più profonda all’intera società nella quale stiamo vivendo. Anche nel nostro paese basta fare due chiacchiere in un bar o entrare su un social network per rendersi conto di quanto l’odio e la discriminazione siano vivi all’interno di ognuno di noi, pronti a esplodere anche per futili motivi: l’estrema attualità di fatti che avvennero quarant’anni fa dall’altra parte del mondo fa abbastanza paura. Se il messaggio di fondo della pellicola può sembrare banale, la risposta è semplice: di fronte alla ripetitiva banalità del male, anche il bene deve adattarsi per svegliare i cuori di un pubblico più ampio possibile.

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