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CANDORE DI MARMI A PIETRASANTA un viaggio spirituale con PABLO ATCHUGARRY

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di Veronica Ferretti – È sorprendente come tutte le opere del maestro uruguaiano abbiano la capacità di imprimere un colpo d’ala al contesto nel quale solitamente vengono inserite, specialmente se a cielo aperto e con lo sfondo di antiche vestigia storiche. È accaduto a Roma in occasione della grande mostra ai Mercati di Traiano del 2016, dove lo statuario dei Fori Imperiali a confronto con le forme ascensionali scolpite da Atchugarry ha impresso uno slancio che esaltava il rapporto tra “Marmi eterni” e “Città eterna”. Oggi, tale effetto scenico, lo vediamo a Pietrasanta con la piazza abbellita dalle monumentali sculture collocate davanti alla trecentesca chiesa di S. Agostino in stile romanico e ancora a Genova in un ambiente settecentesco rimodellato in stile Neoclassico presso Palazzo Ducale.
La grande mostra di Pietrasanta “The evolution of a dream”, organizzata da Comune, Fondazione Versiliana e Start, si è avvalsa della collaborazione della Galleria d’Arte Contini che da tempo svolge in Italia e all’estero una efficace promozione sul mercato dell’arte dell’opera di Atchugarry sempre più apprezzata per la sua eleganza estetica e valenza di significato.
La bellezza del linguaggio poetico dell’artista, si esprime nella sinuosità, nella delicatezza e nell’armonia delle forme. Essa nasce dal lavorare materiali inerti come il bronzo, l’acciaio, il legno o il cemento, ma si esalta soprattutto a contatto con il marmo di Carrara poiché è l’unico ad avere tutte le caratteristiche necessarie per dare alle sue sculture la luminosità e la translucidità che le hanno rese famose tanto che la città di Carrara, nel 2002 gli ha conferito l’ambìto Premio Michelangelo. Quando Pablo scolpisce, coprendosi di polvere, levigando forme o incidendo scanalature – come facevano gli incisori del Rinascimento durante gli esercizi di panneggio – libera la materia dandole vie di fuga verso l’alto, nello spazio, come se l’artista avesse impresso loro un’energia ascensionale. Il ritmo ascensionale che movimenta i sottili solchi induce lo spettatore a immaginare nella forma astratta il movimento di ipotetiche ali. Un tale effetto stilistico non si avvera soltanto nelle prevalenti composizioni astratte verticali allorché il movimento slanciato delle forme si armonizza in modo sincronico con l’ambiente, ma anche in altre che tali non sono, come ad esempio, “Pomona” che fa sbocciare un germoglio al centro di una forma che si sfrangia tutto intorno in molteplici ed eleganti pieghettature marmoree dove i pieni e i vuoti si alternano con effetti di delicata leggerezza. Nelle sculture in bronzo, arricchite dal colore solitamente rosso o blu, il rapporto tra luce e spazio interno alle incisioni o alle volute appare ancora più fluido e carico di suggestivi riflessi.
Ciò conferma il fatto che il concetto di equilibrio e di armonia riscontrato in tutte queste opere non risultano condizionato dalle dimensioni e neppure dal significato che Atchugarry assegna al titolo della scultura quanto piuttosto dalla sostanza del materiale, generalmente il marmo bianco di Carrara, sul quale egli esercita la sua invenzione e grazie al quale essa viene ad assumere e rappresentare un così alto pregio artistico. Ma, oltre a questo lessico di tipo estetico, l’opera di Pablo richiede anche un altro tipo di lettura. Quale movente nascosto – e quindi quale significato riposto – sta dietro queste scanalature tagliate come lame sottili quasi fossero altrettante ferite? Che cosa nascondono le torsioni del marmo e del bronzo, vere e proprie rotture della forma astratta se non qualcosa di sofferto che Atchugarry intende esprimere in forma artistica? È lui stesso a dichiararlo parlando di una delle sue opere preferite “La Pietà”. «A me personalmente questo dolore è stato inflitto dalla Guerra Sucia allorché le dittature militari che tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta hanno attuato un programma di repressione violenta in diversi Paesi del Sud America, con lo scopo di eliminare qualunque forma di protesta e di dissidenza. Sotto questo aspetto, il dolore di Maria, che racconto nella mia Pietà, ricorda la sofferenza di tante madri come quelle che, nella Plaza de Mayo a Buenos Aires, per anni hanno invocato con urla e pianti il ritorno dei loro figli desaparecidos.». Il monito di Atchugarry ha origine dunque dalla sofferenza delle guerre nei paesi latino-americani e sebbene la sua presenza in Italia sia datata dal 1979, Pablo non ha mai smesso di pensare al suo paese d’origine. La sua lunga attività si svolge tra Lecco, diventata la sua seconda casa, e Marmantiles, in Uruguay dove, a Punta dell’Est, ha una Fondazione intitolata a suo nome e un Parco di opere monumentali. Nel corso della sua felice carriera ha istallato rilevanti sculture a Kallo Beveren in Belgio nel 2014 e a Bagno a Ripoli di Firenze nel 2016. Si tratta, rispettivamente, di “Movimento nel mondo” e “Incontro”, a conferma degli intendimenti che l’artista rivolge alla comprensione e alla solidarietà tra i popoli. In altre sculture monumentali, oltre alla concordia del vivere in sintonia con gli altri e la natura, ci sono forti richiami alla spiritualità e della tanto che le estremità delle scanalature dei suoi marmi assomigliano a mani in preghiera. Particolarmente esplicativa è l’opera “Angelo Protettore” esposta oggi a Venezia, in una mostra collaterale alla Biennale Internazionale d’Arte, e installata in zona Ca’ Corner, vicino all’officina che fu del Canova. Abbiamo chiesto al maestro il significato di questa singolare opera che, con i suoi quattro metri e mezzo di altezza, è tutta slanciata verso il cielo. «Ho voluto raffigurare un angelo che ci abbraccia e che, mentre lo osserviamo, ci invita a volare, ci insegna, così com’è incorniciato dalla volta celeste che lo sovrasta, a elevarci spiritualmente verso il mondo di lassù». Questo singolare effetto appare evidente soprattutto per il modo in cui queste forme scolpite incontrano la luce, al di là della loro apparenza astratta, ha un innegabile richiamo alle scanalature delle colonne ioniche capaci di elevare la materia inerte a simbolo di bellezza. I più recenti giudizi critici sulla produzione artistica quarantennale di Atchugarry si sono spinti fino a sostenere che la poetica di Pablo farebbe riferimento alla teoria estetica di Giovan Battista Vico nel senso che egli riesce ad armonizzare il “vero fisico” con il “vero metafisico-spirituale”. In effetti, quella di Atchugarry è una vera e propria sfida artistica giocata tra elemento corporeo e significato etereo, fra materialità e leggerezza; un modo tutto particolare per imprimere movimento alla staticità del blocco di marmo e alla stessa legge di gravità della forma materiale. In queste sculture, l’intaglio laminare praticato sulle superfici dell’elemento materico consente alla luce di penetrare nelle sagome e nelle pieghe generando un effetto visivo di contrasto tra luce e ombra, tra ciò che viene visto e ciò che viene intuito. Benedetto Croce sosteneva, infatti, che intuizione ed espressione artistica coincidono e diceva che l’arte non deve essere specchio ripetitivo della realtà, ma una fonte che illumina e rende visibile la vita spirituale espressa dall’artista e resa come vera forma di conoscenza.

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