COLD WAR, un sontuoso film polacco, in bianco e nero, alla conquista dell’Oscar

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di Annalisa Bugliani – Una piccola grande storia, sullo sfondo della guerra fredda, accende un affaire tormentato…
Il regista Pawel Pawlikowski, Palma d’Oro per la miglior regia all’ultimo Festival di Cannes, ha iniziato la sua carriera da documentarista, per poi approdare nel 200 sul grande schermo con il film drammatico ‘Last resort’: una madre russa e il figlio lasciano il loro paese pieni di sogni per ritrovarsi a vivere in un alloggio per rifugiati politici a Stone Heaven, zona degradata e abitata solo da immigranti in attesa di un permesso di soggiorno o di essere rimpatriati.
‘My summer of love’ del 2004 è una storia d’amore adolescenziale fra due ragazze di classe sociale differente e ‘Ida’ del 2013, Oscar come Miglior Film Straniero, racconta la vita di una donna cresciuta in un convento che scopre di essere un’ebrea scampata dall’Olocausto.
Pawel Pawlikowski è certamente uno dei pochi registi contemporanei che ha ancora consapevolezza della potenza comunicativa dell’immagine. Già con “Ida” Pavel aveva chiaramente mostrato la sua straordinaria abilità nel costruire una storia attraverso le immagini e i suoni piuttosto che con la struttura narrativa e la drammaturgia.
Con ‘Cold War’, Pawlikowski ci fa vedere cosa deve essere oggi il cinema d’autore dove la trama è niente più che lo spunto, la infrastruttura dove far muovere il percorso narrativo, ma il tutto, il film, il cinema appunto si compone nella sua essenza grazie ai fondamentali aspetti estetico-fotografici. Il suo bianco e nero è opera d’arte, cangiante e lirico, sfumato e soffuso, con toni grigi introvabili nei film di altri registi e propri solo del peculiare stile di Paweł Pawlikowski .
‘Cold War’ è esplicitamente dedicato da Pawlikowski ai propri genitori, come come se il regista polacco volesse assumere nella sua stessa biografia le vicende drammatiche e complicate che sta narrando: il grande amore diviso e violato dalla politica e dalla storia durante gli anni ’50 del secolo scorso.
Pawel narra, con grande eleganza, estetizzante in alcuni tratti, attraverso una memoria sia intima che collettiva, privata e non pubblica, la storia di Winktor(Tomasz Kot), maestro di coro che s’innamora di Zula, (Joanna Kulig) appena la sente cantare.
L’amore, la lontananza forzata, la separazione obbligata dalle vicende storiche, l’amore ritrovato, il dramma si dipanano dentro un percorso sentimentale indissolubile e struggente. L’amore negato e impossibile. Con il passare degli anni variano gli stili ma è attraverso la musica che Pawlikowski riesce a documentare, o meglio, a contrappuntare, repressione e libertà: prima il folk di regime, poi la libertà, forse, del jazz.
Il finale della storia del film di Pawlikoswski, poetico e struggente, che lascia senza fiato, è fedele alla realtà degli eventi realmente accaduti ai suoi genitori.
Questo grande film in un vintage bianco e nero potrebbe ottenere la Statuetta per il Miglior Film Straniero nella prossima Notte degli Oscar, sicuramente resterà nella storia del cinema.

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