Dolor y Gloria: il testamento di Pedro Almodovar

0

di Andrea Bertuccelli – In contemporanea alla sua partecipazione in concorso al Festival di Cannes, è arrivata nelle sale italiane l’ultima fatica di Pedro Almodovar. Dolor y Gloria ha unito pubblico e critica della celebre manifestazione francese in un coro unanime di lodi verso quest’opera molto particolare, in cui il regista ha deciso di mettersi a nudo, donandoci un film intimo, riflessivo e autobiografico.

L’opera del maestro spagnolo ci racconta la storia di Salvador Mallo, un regista in crisi, artista a tutto tondo, schiavo di dolori cronici che lo tormentano e lo allontanano sempre di più dalla sua passione, rendendolo debole e incapace di sopportare i ritmi del set cinematografico. Attraverso dei flashback ottimamente alternati alla narrazione scopriamo il suo passato, la sua formazione, il rapporto con la madre e le prime scoperte artistiche e umane: tutto ciò che l’ha fatto diventare l’uomo che è oggi. Un passato a cui è rimasto profondamente legato e che condiziona inevitabilmente il suo stato d’animo presente, frutto di traumi pregressi e rapporti umani e professionali da recuperare, a cui si unisce la tardiva scoperta dell’eroina come evasione dai pesi della vita. In questa fase tanto travagliata, Salvador dovrà riuscire a ritrovare se stesso attraverso la sua arte, che sembra essere l’unica cura del suo costante dolore.

Pedro Almodovar, come accennato in precedenza, firma con questa pellicola un’opera autobiografica sorprendente, in cui ad ogni inquadratura si respira il suo stile inconfondibile. Sì, perché è il solito Almodovar colorato, ironico, profondo che riesce a raccontarci con una storia semplice e potente le tante sfaccettature della vita, la sua in particolare. Allo stesso tempo la grande maturità e il coraggio con cui si racconta testimoniano un ulteriore step verso una definitiva crescita professionale, nonostante la sua ormai affermata carriera. Questo film ricorda due progetti di due autori fenomenali che abbiamo potuto ammirare al cinema di recente: The House That Jack Built di Lars Von Trier e The Man Who Killed Don Quixote di Terry Gilliam; entrambi rappresentano la summa artistica dei registi che li hanno plasmati, ognuno col proprio inconfondibile marchio di fabbrica nella messa in scena e nella narrazione. Con Dolor y Gloria Almodovar ha fatto lo stesso, regalandoci un emozionante testamento cinematografico: un’eredità donata col cuore al suo pubblico e al Cinema, attraverso il Cinema. Oltre al grande gusto artistico nella messa in scena e ad un montaggio perfetto e funzionale alla narrazione, fondamentali per la riuscita del film sono state le interpretazioni degli attori. Su tutti Antonio Banderas, definito dallo stesso Almodovar “il suo Mastroianni”, che si è ritrovato tra le mani la responsabilità di portare sullo schermo l’alter ego del regista. La sua prova è a dir poco straordinaria: ha saputo riscattarsi con il film giusto al momento giusto, alla faccia di chi lo dava ormai per finito. L’ennesima collaborazione con l’amico Almodovar riconferma un binomio vincente per il cinema spagnolo e internazionale, e lo stesso vale per Penelope Cruz, nel complicato ruolo della madre del protagonista in una serie di flashback che si andranno ad intersecare con la linea narrativa presente, in un finale simbolico e rivelatore messo in scena con un’eleganza unica.

Ci troviamo di fronte ad una pellicola colta, che riesce ad approfondire temi complicati e non nasconde tutto il sapere di cui è pregna: molto interessanti le scene al limite del documentaristico in cui il protagonista spiega il suo rapporto col proprio corpo, con l’anatomia e le malattie che lo affliggono, che sono diventate anch’esse un veicolo per arricchire il proprio bagaglio di cultura generale a sue spese; così come i viaggi di lavoro, che gli hanno permesso di conoscere la geografia spagnola e mondiale, lacuna che i maestri del seminario della sua gioventù non avevano colmato appieno, privilegiando le sue doti canore. Affronta anche i temi tanto cari al regista, come l’identità sessuale e l’omosessualità, che vengono esaltati in una scena dolce, romantica e allo stesso tempo nostalgica e sofferta come solo l’amore sa essere: un amore che riaffiora dal passato grazie ad una rappresentazione teatrale, destinato a restare un ricordo, ma che ha la forza di fargli riprendere in mano la vita. Un momento davvero splendido e snodo cruciale di questa bellissima storia. Il film può sembrare un’opera d’autore per pochi, per un pubblico di nicchia affezionato al linguaggio di un cinema d’essai apparentemente troppo profondo per il pubblico mainstream, ma così non è. Grazie alla grande capacità di Almodovar di raccontare una storia tanto travagliata con grande semplicità, chiunque può trovare qualcosa in questo film e farlo proprio, abbandonandosi ad un’esperienza cinematografica emozionante. Una storia intima e personale in cui il Cinema e l’Arte diventano cura, una catarsi in cui ritrovare la gioia e l’evasione dal dolore della vita, che per troppo tempo ha frenato il talento ma che paradossalmente è stato anche un motore per la creatività. Questo film rappresenta per tutti un inno alla speranza, una spinta a coltivare i nostri sogni e le nostre passioni: l’unico appiglio verso la salvezza che possiamo donare a noi stessi. E’ la storia di Salvador. E’ la storia di Pedro. E’ la storia di ognuno di noi.

No comments

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: