Dumbo: Tim Burton, quando meno te lo aspetti

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di Andrea Bertuccelli – In un periodo in cui il revival e la nostalgia al cinema vanno forte, a demarcare anche la penuria di idee che ormai da molti anni affligge Hollywood, spicca il fenomeno della nuova ondata di remake in live-action dei classici Disney. Dopo il successo di pellicole come “Maleficient”, “Il Libro della Giungla” e “La Bella e la Bestia”, e in attesa dell’imminente uscita de “Il Re Leone” e di “Aladdin”, non poteva mancare all’appello la rivisitazione della storia dell’elefantino più famoso di sempre. Se da una parte questi progetti potrebbero risultare superflui per quanto concerne il contenuto artistico, soprattutto quando ricalcano semplicemente il predecessore animato senza aggiungere niente, dall’altra hanno il pregio di far riscoprire alle nuove generazioni dei classici dell’animazione mondiale che hanno fatto la storia del Cinema. Una fonte di guadagno sicura per la Disney, che confeziona come sempre ottimi prodotti di intrattenimento di largo consumo ma che troppo spesso, per un pubblico attento ed esperto, non aggiungono granché alla Settima Arte, risultando piuttosto vuoti e dimenticabili.
Proprio per questo la notizia che vedeva Tim Burton coinvolto nella realizzazione di “Dumbo” è stata accolta da molti con preoccupazione. Burton è uno dei più grandi autori in circolazione, ma in passato ha dimostrato di non dare il meglio di sé con progetti preconfezionati di questo tipo, che frenano un po’ il massimo picco del suo stile (“Alice in Wonderland” ne è un esempio). Nonostante questo però, è anche uno dei pochi registi della storia ad aver dato un tocco personale ad un cinecomic, prima con “Batman” e poi con lo straordinario “Batman-Returns”, in cui i suoi amati freaks diventano i veri protagonisti di una storia fumettistica che, approcciata in maniera diversa, sarebbe potuta risultare anonima. Ci sarà riuscito anche col piccolo elefantino volante?
Innanzitutto è utile specificare che questo nuovo “Dumbo” si divide essenzialmente in due parti: la prima ricalca a grandi linee la storia del cartone animato, la seconda sviluppa ulteriormente la trama, diventando quasi una specie di sequel. Un proseguimento della storia classica che fa scoprire allo spettatore come la dote dell’elefantino potrà essere sfruttata da imprenditori senza scrupoli, portando Dumbo verso un percorso di crescita insieme ai suoi nuovi amici umani. Molti personaggi del cartone vengono solo citati (il topolino Timoteo, ad esempio), per aggiungerne altri e dare al film una nuova ottica nell’affrontare le tematiche del classico Disney e introdurne di nuove.
Se nel film animato del 1941 la discriminazione (e la maturazione che ne derivava) era vissuta solo attraverso i rapporti interni al mondo degli animali, con gli occhi del piccolo Dumbo, in questa pellicola diventano importanti anche gli esseri umani che ruotano attorno alla vita dell’elefantino. In questo modo la metafora viene allargata alla sfera umana, affrontando ancora i temi della discriminazione su più livelli e aggiungendo anche una critica alla sfruttamento degli animali e delle loro doti a meri fini di lucro.
Una critica alla società capitalistica è sempre presente nelle pellicole di Burton, basti pensare che il vero cattivo del “Batman-Returns” (citato in precedenza) era l’imprenditore senza scrupoli Max Shreck, interpretato dall’immenso Cristopher Walken, il quale sfruttava a proprio piacimento i mostri emarginati dalla società come il celebre Pinguino di Danny De Vito. Fa sorridere che in questa pellicola il personaggio negativo, che opera alla stessa maniera di Shreck, sia interpretato da Michael Keaton, che invece nelle vesti di Batman rappresentava la nemesi di questa mentalità crudele.
In più viene analizzato maggiormente il ruolo della famiglia, dell’indipendenza e della consapevolezza dei propri mezzi per liberarsi dai vincoli imposti dalla società.
Dumbo e tutte le persone che gli ruotano attorno sono dei reietti, degli emarginati, ognuno per un proprio motivo; a partire da Milly, la bambina protagonista alla quale, come all’elefantino, vengono tappate le ali, impedendole di dare libero sfogo ai propri sogni a causa di assurde convenzioni sociali. Sarà proprio il loro affetto e la loro amicizia a condurli oltre i propri limiti e oltre agli ostacoli imposti, in un percorso di crescita verso la conquista di una loro precisa identità, per far ricredere anche i più scettici.
Nel complesso ne risulta un film abbastanza semplice, lineare, purtroppo con una sceneggiatura a tratti annacquata, ma che almeno prova a rielaborare la storia originale con una vera e propria decostruzione del classico per provare a darci qualcosa di nuovo. Michael Keaton, Danny De Vito, una bravissima ed elegantissima Eva Green ed un inedito Colin Farrel, sempre più eclettico sul grande schermo, sono le punte di diamante di un cast ricco di fedelissimi del regista: nel complesso fanno il loro sporco lavoro, con dei personaggi la cui scrittura non risulta sempre efficace, ma che ricalcano pienamente la tipica poetica burtoniana. In sintesi è un buon film per famiglie e di intrattenimento per bambini, che vengono così a contatto anche con messaggi importanti per la crescita e il rapporto con gli altri.
Il problema principale è che un artista immenso come Tim Burton risulta davvero sprecato per questi prodotti. È riuscito a metterci del suo, quello sicuramente: conoscendolo, coi freaks circensi si trova chiaramente a proprio agio. In alcune scene d’impatto tutto il suo stile e il suo gusto estetico vengono fuori, in mezzo alle adorabili banalità disneyane: la scena degli elefanti rosa e quella dell’evasione di mamma Jumbo all’interno dell’attrazione horror di Dreamland, ne sono due ottimi esempi. Ma è nel finale che si nota il tocco di classe di un artista che dobbiamo tenerci stretto: il riscatto per tutti i freaks a cui Burton è affezionato ci viene raccontato da Danny De Vito con la rottura della quarta parete, con un sempre piacevole omaggio al Cinema che si realizza con il sogno della bambina protagonista, ed una spinta al progresso che proietta verso un futuro speranzoso. Tratti di poetica autoriale abilmente inserita in questo giocattolone mainstream, valorizzato dallo sforzo di Burton di decostruirlo e regalare qualcosa di più personale ed emozionante. Semplice, carino e con sporadiche pennellate burtoniane che lo fanno diventare il miglior adattamento dei classici Disney tra quelli fino ad ora visti in sala. Adesso però a Tim Burton fategli fare altro, vi prego! Uno che cita spesso Mario Bava tra i suoi maestri, deve essere messo nelle condizioni di girare un capolavoro all’anno. Ormai anche le sue ali sono tenute a freno da un’industria cinematografica che punta maggiormente agli incassi: speriamo che questi progetti rappresentino per la sua carriera ciò che per Dumbo è la piuma, per poi liberarsi di loro e tornare a spiccare il volo con la piena consapevolezza della propria arte. Ce lo auguriamo, in nome del piccolo sognatore che si nasconde in ciascuno di noi.

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