Europa senza futuro

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di Alfonso M. Iacono* – Nel solito aprile un po’ scomposto, fatto di sole, di pioggia, di vento, di luce e di profumo, l’Europa si muove avvolta nella sua mediocrità. A maggio andrà sempre più a destra? Spero di no. Ma per quanto mi sforzi di mettere davanti il gramsciano ottimismo della volontà, il pessimismo della poca intelligenza che mi resta, fiaccata dal consueto, mediocre e grigio dilagare di finte e ottuse litigate mediatiche e dalla noia mortale imposta da una cattiva aria di famiglia che riesce a rendere banale l’inconsueto e il nuovo, mi bisbiglia all’orecchio ciò che tutti gridano e cioè che l’aria di maggio porterà il vento della reazione e della conservazione. Torno da Parigi. Sempre meravigliosa, eppure sempre più sciatta, sporca, ovvia. Macron è preso in giro dai mass media. Non mi pare che incuta un minimo di rispetto. Tutti si aspettano da lui qualcosa che non arriva e che forse non c’è. E’ l’ultimo della generazione dei neoliberisti democratici più o meno di sinistra, più di centro, meno di sinistra, dopo Blair in Gran Bretagna, Hilary Clinton in U.S.A., e, si parva licet, Renzi in Italia. Intanto il sabato l’altoparlante del metrò annuncia che la fermata Charles De Gaulle resterà chiusa a causa della loro manifestazione. Notre Dame sta lì un po’ bruciacchiata ma tutto sommato ancora integra. Come Parigi, una metropoli senza entusiasmo, con una certa, vaga disaffezione al lavoro che si sente nell’aria come l’odore di una primavera capricciosa, Coloro che hanno inteso cavalcare il neoliberismo in nome della libertà e della democrazia, hanno permesso nei loro paesi la crescita delle diseguaglianze. Per contrappunto si sorte quelle ondate reazionarie che ora si stanno abbattendo sulle fragili e friabili scogliere dei paesi occidentali. Era già accaduto. Sta accadendo di nuovo. In modo diverso, naturalmente, ma, se partiamo dal presupposto che un’analogia si basa sulla somiglianza di fenomeni diversi, qualche somiglianza c’è. E non può non esserci, dato che continuiamo a vivere in quel sistema chiamato capitalista dove il profitto, come Proteo, la mitologica divinità marina, cambia forma in ogni momento per continuare a essere se stesso e a vivere di sfruttamento e di oppressione. Il grande economista Claudio Napoleoni si pose il problema di come afferrare Proteo. Ma siamo ancora lì un po’ tutti a lambiccarci il cervello su come poterlo fare. Lo si può afferrare da sinistra immaginando un futuro diverso. Ma TINA, l’acronimo di There is no alternative (“non c’è nessuna alternativa”), come diceva la signora Thatcher, è ancora lì che domina le menti di (quasi) tutti, come un fantasma reale. Senza la possibilità anche solo di pensare un’alternativa, il futuro scompare alla vista come una barca che affonda lentamente non in quanto abbattuta dalle onde di una tempesta, ma così, perché imbarca acqua. Al Louvre quasi nessuno va a vedere i pittori francesi del XVIII secolo. Le star sono quasi soprattutto gli italiani del Rinascimento, naturalmente (anche se non molti si accorgono degli schiavi di Michelangelo, maestro del non finito). Eppure Watteau e Chardin, amati da Proust, sono da vedere. Di Watteau Proust ha scritto: “Si è detto che Watteau ha dipinto per primo l’amore moderno, e con questo probabilmente si è inteso dire un amore in cui la conversazione, la golosità, la passeggiata, la tristezza del travestimento, dell’acqua e dell’ora che scorrono, prevalgono sul piacere stesso, in una sorta di impotenza ornata”. Watteau ha dipinto Gilles, una maschera vicina a Pierrot. Watteau la rappresenta triste, disarmata. Il quadro desta malinconia ma anche disagio. E’ molto attuale, perché oggi chi ha dimenticato il futuro si maschera soltanto di quel che di estetico offre il presente. L’Europa oggi è proprio così. Sarebbe ora di cambiarla.
*Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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