I racconti noir di Mangiante. “Giustizia!”

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di Paolo Erasmo Mangiante – Nella cittadina X, c’era stato un efferato delitto: una donna che abitava in una casa isolata poco distante dalla periferia era stata barbaramente uccisa con i suoi due bambini a colpi di accetta e l’abitazione messa a soqquadro per la ricerca della refurtiva.

Il marito, che era un commesso viaggiatore, al suo ritorno venne incolpato e messo in carcere dalla polizia locale. Il processo tenne banco per diverse settimane perché l’imputato aveva un alibi molto solido e a suo carico non erano state trovate prove convincenti.

Gli avvocati si scontrarono in concitate arringhe.

Il Pubblico Ministero descrisse l’imputato come un buono a nulla, dedito all’alcool, pieno di debiti, che già in altre occasioni aveva picchiato la moglie, portando a testimoniare un noto alcolizzato a cui si poteva far dire tutto quello che si voleva.

L’avvocato difensore smontò facilmente le affermazioni dell’ubriacone e aggiunse che mancava il movente perché certo uno non ruba in casa sua e un uomo solo non poteva commettere un simile plurimo delitto.

Al che il Pubblico Ministero replicò che i gioielli rubati erano della moglie e che con il ricavato di quelli forse l’imputato intendeva saldare i suoi debiti. L’avvocato che difendeva il commesso viaggiatore ammise allora che negli ultimi tempi gli affari al suo cliente non andavano molto bene e per quello forse qualche volta beveva un bicchiere di più, ma che pochi debitucci non potevano essere un movente sufficiente per ammazzare la moglie e soprattutto i propri figli. Del resto i gioielli non erano stati più trovati, mancava l’arma del delitto e testimonianze provate avevano dichiarato che nel giorno del delitto il commesso viaggiatore era fuori di città per i suoi affari.

La giuria, conscia che nel paese vigeva ancora la pena di morte, si riunì per tre giorni di seguito non sapendo che cosa decidere, ma d’altra parte la cittadina X era molto tranquilla, mai si ricordavano un fatto di sangue simile e alla fine un delitto così barbaro non poteva rimanere impunito, per cui, seppure con un solo voto di scarto, avevano deciso per la colpevolezza.

Il commesso viaggiatore fu condannato alla pena capitale per mezzo dell’impiccagione.

Nei giorni che precedettero l’esecuzione l’intera cittadina era in grande fermento, l’opinione pubblica era quanto mai divisa sulla colpevolezza del commesso viaggiatore che tutti conoscevano come un brav’uomo che prima di allora non aveva mai fatto parlare di sé.

Il palco della forca era stato eretto nella piazza principale con un grande dispendio di carpenteria perché nessuno in paese sapeva tecnicamente come costruire un apparato del genere, anche se il Comune non badava a spese. L’assessore al turismo tuttavia propose per recuperare la spesa di transennare la piazza e di vendere i biglietti di accesso.

Il giorno prima dell’esecuzione il commesso appariva disperato per la pena, a sua detta ingiusta, che doveva subire, ma si era in un certo modo rassegnato al suo terribile destino perché ormai senza le moglie e i suoi figli adorati la sua vita non valeva più un soldo. Pur essendo un convinto credente, ricusò con estrema cortesia e altrettanta determinazione di confessarsi perché sosteneva di non essere colpevole di alcun peccato mortale.

La mattina seguente, un po’ perché la vicenda aveva tanto appassionato le persone e un po’perché mai si era assistito prima ad una simile spettacolo, la piazza era stracolma fin dalle prime ore e, non essendoci posto sufficiente, si riempirono anche le strade di accesso.

Il pubblico, malgrado la sentenza, era ancora diviso: c’era chi era venuto per vedere punito il giusto colpevole e c’era invece chi sperava ancora nella grazia.

Al suo passaggio alcuni facinorosi imprecavano contro di lui. “Assassino, meriti la morte!” e c’era invece anche chi persino piangeva per la sua prossima sorte. Ci furono tafferugli fra i più accalorati delle due fazioni ma i poliziotti fecero presto a domarli perché in fondo lo spettacolo avvinceva tutti colpevolisti e non.

Il boia che non aveva avuto mai occasione prima di allora di onorare il suo mestiere e che era poi un buon padre di famiglia, scrollando un po’ la testa mise il cappio al collo del condannato e quindi lo fece salire sul panchetto e tese la corda. Al segnale convenuto fece scorrere via il panchetto e il corpo del commesso senza più sostegno piombò giù rimanendo appeso al cappio. Ma invece di reclinare il capo e rimanere inerte penzoloni come tutti si aspettavano, le sue braccia e le sue gambe continuavano a muoversi. Il poveretto continuava a ballonzolare dalla forca senza dar segni di voler spirare e dopo circa una mezz’ora di quell’ imprevedibile stato fu sollevato e rispedito in cella in attesa di un giudizio del Palazzo di Giustizia. La folla, dopo tanta tensione, esplose. Tutti, anche i più increduli, avevano visto nell’accaduto il segno della volontà di Dio e quando videro il commesso di nuovo in mano ai poliziotti che lo riportavano in carcere, tutti innocentisti e colpevolisti all’unisono si misero a urlare: “ Liberatelo, liberatelo è innocente!”

Nessuno lo credeva più colpevole e i poliziotti, visti gli umori della folla che si faceva sempre più minacciosa, accelerarono il passo e alla fine progredendo di corsa riuscirono a trascinarlo di nuovo dentro.

L’insolito caso fu attentamente esaminato dalla Suprema Corte Criminale. In effetti un codicillo della legge sosteneva che se il condannato non moriva entro mezzora dall’esecuzione lo si poteva scagionare dei suoi delitti perché in tutto quel lasso di tempo in cui era rimasto appeso fra terra e cielo, fra la vita e la morte, aveva avuto abbondantemente modo di pentirsi e di scontare tutta la sua pena.

Il giudice consultata le legge espresse una sentenza sconvolgente: la legge andava rispettata in tutti i suoi dettagli, sosteneva, ma poiché dai cronometri ufficiali risultava che dal momento dello stacco del piedistallo da sotto ai piedi del condannato e la sua rimozione e liberazione erano passati ventisette minuti, il suddetto condannato aveva ancora diritto a tre minuti di esecuzione!

Pertanto si rimontò la forca, che già era stata smontata credendola ormai del tutto superflua, e si fissò una nuova data per eseguire il “resto della condanna”.

Nel frattempo il giudice, che era un positivista convinto, consultò il Comando della Polizia: “Io non credo ai miracoli e secondo me l’impiccagione non è riuscita perché la vecchia corda, rimasta inutilizzata per tanti anni, si era seccata e non era più tanto scorrevole.”

Al che il Cappellano obiettò. “Le vie del Signore sono infinite e misteriose per cui un miracolo può avvenire” “Sarà, sarà, ma intanto, questa volta” disse il giudice rivolgendosi al Capitano, “voi assicuratevi che la corda sia ben unta e scivolosa.”

Fu così che essendosi il boia gravemente ammalato, il suo sostituto, volendo essere più solerte del suo superiore che sperava di sostituire, provvide di ungere abbondantemente di sego la corda del cappio in modo che fosse assolutamente scorrevole.

Questa seconda esecuzione richiamò più gente della prima. La storia della fallita impiccagione e del presunto miracolo, per la diffusione che ne avevano fatto i quotidiani e le gazzette parrocchiali, aveva fatto il giro dell’intero paese e il giorno prima gli alberghi della cittadina, cosa del tutto insolita in quella stagione, erano tutti pieni.

Il condannato se alla prima esecuzione era arrivato in certo qual senso rassegnato, questa seconda sentenza lo aveva gettato nella più cupa disperazione, per cui quando giunse il momento e il nuovo boia con un sogghigno mal celato gli chiese se aveva da esprimere un ultimo desiderio, rispose: “Forse la prima volta lo avevo, ora non più”.

Per assistere dai posti migliori la gente si era assiepata sin dalle cinque del mattino nella piazza, tanto che al momento cruciale la folla straripava anche nelle strade più lontane. Aspettavano tutti il secondo miracolo. Erano venuti per questo a migliaia.

Ma i miracoli non si ripetono. I tre minuti residui non furono sufficienti. Già un minuto dopo che il rituale della seconda impiccagione si era ripetuto con le stesse modalità della prima, era chiaro a tutti che il corpo che ora pendeva inerte dalla forca era un cadavere.

Di fronte a quell’ineluttabile constatazione la folla per qualche momento rimase ammutolita, poi cominciando a sfollare prese a passare dalla delusione più profonda per il mancato miracolo all’ira più scatenata. Non più trattenuta dalla polizia, insufficiente a contenere una massa così compatta e infuriata, la folla se la prese con tutto e con tutti, travolse ogni cosa, fece a pezzi il catafalco della forca e chissà quali catastrofi avrebbe ancora provocato se non fossero intervenuti i pompieri con gli idranti e l’esercito con i fumogeni. Ingenti furono i danni, numerosi i feriti.

Alcuni anni più tardi, quando ormai la storia del delitto era stata sepolta nella dimenticanza del quotidiano, fu catturata una banda di tre delinquenti che, dopo uno stressante interrogatorio, oltre ad altri reati simili, confessarono di aver commesso l’eccidio nella casa del commesso viaggiatore. Il processo fu rapido e i tre furono tutti condannati alla pena capitale.

Nella piazza grande fu rifatto il catafalco, questa volta con tre forche. Per l’esecuzione i negozianti e gli albergatori della piccola città si aspettavano una grande folla, che per il numero dei condannati avrebbe dovuto superare certamente quella dell’ultima esecuzione. Ma non ci fu folla nè spettacolo, perché nel frattempo per la Festa nazionale era stata bandita una generale amnistia e i tre assassini erano stati scarcerati.

 

 

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