Il Covid ci insegna, un j’accuse di una dottoressa stanca di mediocrità

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di Rosaria Sommariva- Mi sento così vicina ai tanti amici e colleghi che in questo momento drammatico, di profonda criticità, sono impegnati sul fronte, in prima linea, contro un nemico invisibile. Quando ci parlo per telefono e mi raccontano che sono stati chiamati a combattere in trincea con poche armi soffro per loro, mi sale lo sgomento. Mi confessano le loro paure, alcuni mi parlano del terrore che provano anche quando la sera tornano a casa per il rischio di contagiare i propri cari, altri che mi descrivono i turni COVID, sono stremati, molte ore di disagio e sofferenza dentro quell’armatura, sanno quanto stanno rischiando, ma continuano a lottare. Conosciamo bene il numero delle vittime, e ancor di più stridono le centinaia di medici che hanno pagato con la vita.
Un’amica si è trasferita in un’altra abitazione e non vede i figli oramai da un mese.
Storie che sentiamo in televisione ogni giorno, sembrano scene di un film dell’orrore e invece è solo quel maledetto virus, per il quale non abbiamo ancora cure specifiche per combatterlo, nonostante la scienza instancabilmente vada avanti con studi di ampia scala, quel virus che ci ha invaso, che non vediamo, e che continua a non darci pace mietendo vittime.
Dinanzi a questo, mi chiedo: ma questi eroi sono affiancati dai dirigenti sanitari, dai direttori sanitari, dalla politica? Sicurezza, motivazioni, supporto umano o ce li hai o qualcuno come in guerra deve pure infonderli.
I direttori sanitari sono scesi in campo con questi eroi, hanno dato loro la giusta assistenza e il giusto supporto? Hanno prestato un conforto umano? Oppure è mancato tutto questo o parte di questo o anche semplicemente l’ascolto di chi sta realmente sul campo?
Tutte le crisi mettono ancora più a nudo le lacune generali, le disfunzioni, le falle di un sistema organizzativo che forse avrebbe potuto essere più vicino alla realtà, modellato sui problemi reali, costruito sull’ascolto degli operatori, sui loro suggerimenti, meno legato al dogma di un budget e più sensibile ai reali bisogni di salute. Forse urgeva sin dal primo momento avviare una sorveglianza attiva proprio sugli operatori della salute? Una scelta che, se mancata, nel tempo forse mostrerà il suo peso. Questa è sicuramente una guerra improvvisa e di proporzioni planetarie ma il dubbio che sia stato fatto tutto quello che si poteva per la sicurezza, per l’efficienza e l’organizzazione del sistema assistenziale resta vivo.
Sono fiera dei nostri medici e dei loro collaboratori, hanno grandi capacità, professionalità indiscussa e profonda preparazione, hanno studiato per anni, superato esami difficili, maturato esperienze sul campo e non solo. Ma a questo punto mi chiedo: la cosiddetta classe dirigente ha la stessa preparazione adeguata al ruolo che ricopre? Siamo sicuri che tutti coloro che siedono ai posti di comando siano all’altezza della situazione?
Me lo domando perché vedo tanta incompetenza e tanta mediocrità. Sì, il mio è uno sfogo. Un j’accuse di chi come tanti non è più disposto a tollerare l’improvvisazione, la sciatteria, il nepotismo e le carriere facili.
Non capisco perché per esempio tutti i professionisti debbano studiare molto, fare l’esame di Stato per dimostrare di essere abili all’esercizio della professione, debbano sostenere degli esami difficilissimi, poi devono provare di essere costantemente aggiornati, devono attestare di avere una preparazione: dimostrarlo poi a chi? A chi ci governa non senza titolo, perché eletto democraticamente, ma spesso senza titoli. Persone a cui non è richiesto alcun percorso? Allora perché anche chi ci governa, sia a livello comunale, regionale e statale non ci dimostra di aver seguito dei percorsi formativi? E’ giunto il momento di trovare dei modi per restringere l’accesso anche a certe cariche pubbliche, le persone vanno scelte per competenze specifiche. Guardare al futuro in Sanità vorrà dire anche scegliere a tutti i livelli persone capaci, e vanno scelte per merito e competenza. Basterebbe affidare le posizioni di responsabilità a chi ha le competenze per farlo, e non c’è bisogno di cambiare la Costituzione per ottenere dei risultati. E’ forse scritto in Costituzione che il governatore della Banca d’Italia debba essere scelto per competenza? No però questa è la prassi, e nessuno fino ad oggi si è sognato di scegliere incompetenti o improvvisati per coprire quel ruolo.
Non capisco perché, come dice anche l’europarlamentare Irene Tinagli, persona che stimo, non si possa adottare lo stesso criterio per tutte le altre posizioni chiave nel governo nazionale come nei governi e nelle amministrazioni locali o nelle società a partecipazione pubblica.
Basterebbe scegliere sempre profili adeguati.
Mi chiedo: perché non è richiesta alcuna esperienza e competenza per ricoprire certi cariche?
Nell’antichità i grandi imperatori ascoltavano la gente e, prima di essere tali, dovevano dimostrare di essere dei grandi capi militari, rischiando la pelle. Erano vicini al popolo.
Nel rinascimento le grandi famiglie che governavano erano in prima linea nella protezione dei propri cittadini.
Anche Napoleone, prima di diventare imperatore, è stato un grande uomo di armi, un grande stratega ma vicino al popolo.
Questa triste esperienza ci deve insegnare e ci deve cambiare.

Ora è il momento di tenere alta la guardia e lontane le polemiche, è vero, ma arriverà, perché deve arrivare, un momento in cui chi ha il potere dovrà cambiare il modo di agire e di governare. Imparare dagli errori commessi è un nobile gesto di umiltà che giova a tanti. Cambiare diventerà una parola d’ordine culturale per un domani al passo con i tempi, specie in sanità, dove una sola è la parola d’ordine: produrre salute sul territorio e in ospedale anche attraverso una lungimirante prevenzione e una solida organizzazione.
Lavorare per la semplificazione e sburocratizzazione del sistema e per un reale riconoscimento del merito a tutti i livelli della nostra società.
Chi non è in grado si faccia da parte, chi non è all’altezza della situazione si metta da solo nella condizione di non nuocere agli altri, lo faccia per onestà. Serve giustizia, nella sua accezione nobile di riconoscimento di ciò che è giusto.
Ora ciò che è giusto è non lasciare i professionisti della sanità ma anche i volontari, da soli a combattere questa battaglia. Se si combatte insieme e si dà loro supporto ce la possiamo fare.

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