Il furore di Michelangelo. È uscito il film di Konchalovsky “Il peccato”, dedicato al grande scultore fiorentino

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di Costantino Paolicchi

Un momento della premiazione che si è svolta il 28. 11 nel Salone dei Cinquecento a Firenze

A circa due anni dalla fine delle riprese è stato finalmente presentato dapprima a Roma in anteprima mondiale, come evento conclusivo della Festa del Cinema 2019, e poi alle Scuderie Granducali di Seravezza il film “Il peccato” del regista Andrei Konchalovsky, il colossal dedicato all’esperienza di Michelangelo Buonarroti negli anni forse più difficili e tormentati della sua vita, quelli vissuti tra Carrara, Pietrasanta, Firenze e Roma che lo videro impegnato simultaneamente in due opere grandiose: la tomba di papa Giulio II e la facciata della chiesa di San Lorenzo.
Bisogna dire che c’era molta attesa a Carrara, in Versilia e in tutti i luoghi della Toscana e del Lazio dove il film è stato girato. Attesa e curiosità da parte della stampa, della critica ma anche da parte della gente comune che ha restituito un volto, una dimensione umana al grande dramma che il film rievoca: quello di un genio tormentato e ribelle, quello di un popolo che sulle cave ha tanto sofferto per sopravvivere. Uomini e donne, popolani dai volti segnati dalla fatica e dagli anni, giovani dallo sguardo intenso che hanno vissuto quest’esperienza con la consapevolezza di un evento straordinario e forse irripetibile.
Le riprese del film erano iniziate sul Monte Altissimo alla fine di agosto 2017, dopo una lunga gestazione e un approfondito lavoro di ricerca per l’individuazione delle locations, per la ricostruzione degli ambienti e delle antiche attrezzature per l’estrazione e il trasporto del marmo, per i costumi, per il cast – formato da alcuni attori professionisti come Alberto Testone nel ruolo di Michelangelo o Umberto Orsini nella parte del marchese di Fosdinovo – ma in prevalenza costituito da autentici lavoratori delle cave di Carrara, gli eredi di una bi-millenaria tradizione di mestiere che appartenne a quei cavatori che ebbero stretti rapporti di collaborazione con il Buonarroti a partire dal 1497, quando il ventiduenne scultore fiorentino si recò a Carrara, per la prima volta, per procurarsi il marmo nella Pietà che fu estratto dalla cava del Polvaccio.
Le riprese sul Monte Altissimo erano iniziate alla fine di agosto del 2017 ed erano durate per circa un mese; poi erano proseguite a Carrara, al Castello Malaspina di Massa, al castello di Fosdinovo, quindi a Pienza, a Firenze, sul litorale laziale di Santa Severa dove era stato ambientato l’antico porto d’imbarco dei marmi all’Avenza di Carrara. Altre scene di forte impatto emotivo erano state girate in vari luoghi di Roma e a Cinecittà dove sono state ricostruite la casa di Michelangelo di Macel de’ Corvi e la Cappella Sistina. Un colossal che ha potuto avvalersi di un budget eccezionale per un film europeo.
Andrei Konchalovsky aveva iniziato a sviluppare il progetto di un film su Michelangelo almeno a partire dal 2010. La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Elena Kiseleva, era già pressoché ultimata nell’estate del 2016, dopo un intenso lavoro di documentazione e di elaborazione seguendo l’idea di una “visione”, un genere – come ha precisato Konchalovsky in una nota pubblicata nella brochure di presentazione del film – che “fu molto popolare nel periodo tardo medievale e che aveva raggiunto il suo apice con la Divina Commedia di Dante Alighieri. Questo genere consente di raccontare liberamente fatti e personaggi in modo da poter penetrare nella mente del genio, nella conoscenza dell’uomo rinascimentale, arricchita dalle sue superstizioni, esaltazioni e dalla fede nei miracoli del mondo”.
Un film visionario, in linea con le opere più recenti del regista – tra cui “Paradise”, lo splendido film premiato a Venezia nel 2016 con il Leone d’Argento – dove il dato storico e la fedele ricostruzione di ambienti e personaggi si intrecciano mirabilmente con la vicenda narrata, a tratti fantastica e poetica, a tratti drammatica e introspettiva. “Quello che vorrei trasmettere – ha scritto Konchalovsky – non è solo l’essenza della figura di Michelangelo, ma anche sapori e odori di quell’epoca, carica sì di ispirazione e di bellezza, ma anche di momenti sanguinosi e spietati. La poetica del film intreccia la barbarie ancora presente e la meravigliosa capacità dell’occhio umano di vedere l’inesauribile bellezza del mondo e dell’uomo per trasmetterla alle future generazioni”.
Il regista, che ha voluto ringraziare la produzione, tutti i suoi collaboratori, gli attori e in particolare i cavatori di Carrara selezionati per il casting e che nel film interpretano gli uomini del marmo che avevano stabilito un rapporto intenso con il grande scultore: un rapporto spesso conflittuale ma senz’altro fondamentale per consentire all’artista di esprimere nel marmo le sue visioni.
I cavatori di Carrara hanno riproposto, con quella naturalezza e spontaneità che discende dall’esperienza quotidiana, la fatica e il dolore dei loro antenati sulle cave che videro il tormento del Buonarroti. Konchalovsky ha voluto evidenziare pubblicamente il loro eccezionale apporto alla narrazione, nelle scene grandiose del Monte Altissimo, delle fasi della lizzatura, nella rievocazione della disgrazia in cava che li ha visti tante volte – purtroppo – vittime sacrificali della loro storia passata e recente, di un lavoro che amano e a cui non potrebbero mai rinunciare: duro, difficile, penoso.
Ma grazie a questo lavoro, alla tenacia del mestiere e alla incrollabile loro volontà il marmo ha potuto essere estratto per duemila anni dal seno profondo della montagna per essere trasformato in opere di scultura, di architettura, di ornato. Divenire la materia nobile che ha diffuso bellezza in ogni epoca e in ogni angolo della Terra. Oggi anche il design internazionale ha riscoperto il marmo, come attestano le straordinarie creazioni del marchio “Luce di Carrara”. Sono i cavatori di Carrara, che nel film interpretano se stessi con i gesti e le voci e la parlata carrarina, i veri grandi protagonisti del film.

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