Il futuro è oggi

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di Alfonso M. Iacono* – Il futuro è oggi, non domani. Il futuro sono i ragazzini che giovedì scorso hanno sfilato con il loro vociare gioioso e giocoso in tutto il mondo. Li ho visti passare a Pisa con davanti una dolce poliziotta sorridente che era lì quasi a proteggerli. I bambini e i ragazzini non sono il domani, sono l’oggi. E sono nello stesso tempo il futuro. Qualcosa è cambiato. Il futuro non è solo speranza in un domani. Il futuro è necessaria e urgente partecipazione oggi, anche dei bambini, perché vi sia un domani. Un tempo si pensava che Dio avesse donato la natura agli uomini affinché la sfruttassero a loro vantaggio, visto che essi erano i signori e i padroni. Cartesio pensava questo in modo liberatorio e rivoluzionario. La vita, per esempio, si poteva allungare con la medicina, cosa pressoché impensabile prima. Ma egli non poteva immaginare fino a che punto sarebbe arrivato lo sfruttamento della natura. William Petty, uno dei padri dell’economia moderna, amava dire che era bello vedere le città sporche, perché la sporcizia era segno di attività e di produttiva. Ma nemmeno lui poteva immaginare fino a che punto la sporcizia e i rifiuti sarebbero arrivati a sommergere la vita degli uomini, quasi come un boomerang. Loro potevano pensare a un futuro di crescita, progresso, produttività. Ma dopo? Benessere e guerre, produzione e sfruttamento, scoperte e massacri (per parafrasare il titolo di un libro di Ardengo Soffici, scrittore, pittore, ammiratore di Cézanne e fascista) hanno convissuto in una spinta alla crescita che divenne la religione del progresso e che si portò dietro, assieme ai risultati, tombe e croci, disastri e crolli. Il benessere ha un prezzo, si è sempre detto. La frase tuttavia è molto sospetta, visto che l’hanno sempre detta quelli che stavano bene. Nelle democrazie occidentali dove il senso del progetto e del futuro è scomparso dal pensare e dal fare politica, si finge una superficiale sensibilità alla questione dell’ambiente per poi continuare a fare quello che i criceti fanno nella ruota, cioè correre incessantemente per ritrovarsi nello stesso punto. La maggior parte degli scienziati dice che ormai purtroppo il gioco è fatto, che gli interventi sono drammaticamente urgenti per fermare almeno il disastro e la catastrofe, ma niente, tutto procede come se niente fosse o quasi. Più che la paura può l’abitudine. E’ paradossare, ma nell’epoca in cui domina la retorica del cambiamento e si idolatra l’innovazione, non accade niente. Ciascuno continua a rinchiudersi nelle proprie abitudini e non ha alcuna intenzione di cambiare. E naturalmente questa follia dei disastri ambientali va avanti con lo sfruttamento del lavoro, l’accaparramento dei profitti, l’interesse dei pochi e il diffuso servilismo dei politici al volere di quelli che contano. Ciascuno a casa propria mette tappeti e mobili di lusso, ma poi se ne frega se la strada davanti puzza di fogna o è dissestata oppure è piena di rifiuti. Questo modo di essere e di vivere è ovunque, in molte delle grandi metropoli del mondo come in molti paesi di periferia, ma fingiamo di non vedere perché ci abituiamo ad esso, lo accettiamo come se fosse naturale. E’ questo forse il limite più grande della politica di oggi. Fingere di non vedere perché vi è sempre qualcosa di più urgente e immediato. “Di tutti gli organismi immaginari, diceva Gregory Bateson, (draghi, protomolluschi, anelli mancanti, dèi, demoni, mostri marini e così via) il più ottuso è l’uomo economico.
È ottuso perché i suoi processi mentali sono tutti quantitativi e le sue preferenze sono transitive”. E’ un’ottusità che ha preso tutto e tutti. Anche la politica con il suo attuale narcisismo patologico. Dobbiamo uscirne. Dobbiamo svegliarci da questo sopore. Il futuro dei bambini non è domani, è qui e ora.
*Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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