Il Pinocchio di Garrone: un grottesco da vedere

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di MARIA STELLA REGÈ – Grottesco.E’ la parola che definisce forse meglio la nuova fatica del visionario Matteo Garrone, il quale già ne Il racconto dei racconti aveva dimostrato come amasse costruire personaggi che, seppur umani, presentassero caratteristiche fiabesche, inseriti in un mondo anch’esso fantastico: ma, a differenza di quest’ultimo film , il Pinocchio presenta paesaggi quasi burtoniani, resi benissimo da una fotografia mai scontata del danese Nicolaj Bruel con cui Garrone aveva già lavorato in Dogman. Troviamo quindi luci blu e verdi, fari lunari che riempiono le lande nebbiose in cui avvengono i fatti più spiacevoli della storia.
Il bambino burattino è costruito dal povero ma di gran cuore Geppetto, interpretato da Roberto Benigni, credibile nella figura di padre orgoglioso di quel figlio che rappresenta l’unico faro nell’ esistenza solitaria che conduce. E’ disposto a tutto per lui , persino a barattare la propria giacca logora in cambio dell’abecedario, necessario per far studiare il figlio. La sua ferrea morale è in netto contrasto con tutte le falsità e bugie che invece caratterizzeranno la storia.
E’ quindi sempre e comunque l’essere umano che interessa a Garrone, la sua progressione, la sua presa di coscienza, dimostrando come a tutti vada data una possibilità di migliorare, seppur poi non sia così scontato che se ne colga l’occasione.
A farlo ,però, per esempio, è il burbero Mangiafuoco, interpretato da un magistrale Gigi Proietti, talmente egoista che inizialmente vorrebbe bruciare il burattino per scaldarsi, salvo poi ricredersi e liberarlo affinchè torni a casa del padre. Ed è anche lo stesso Pinocchio a diventare più consapevole e maturo, seppur lentamente e dopo varie sventure, in un viaggio che è poi la metafora della nostra vita.
Una vita in cui spesso siamo stati tentati dal male, in questo caso rappresentato da Il Gatto e la Volpe (resi credibilissimi dal trucco, che li fa sembrare il più possibili disgustosi, luridi e sporchi) , seppur ci vengano dati consigli, come fa il grillo con Pinocchio, consigli che non ascoltiamo perché, sicuri di noi e della nostra intelligenza, crediamo di non averne bisogno .Ci lasciamo quindi tentare, finendo nel paese dei Balocchi, perché non vogliamo crescere, dato che farlo comporta responsabilità verso gli altri.
Per fortuna c’è una bellissima fata turchina che si prende cura di Pinocchio, anche però l’unica che lo punisce per fare in modo che si renda conto dei propri errori. E’ disposta poi a perdonarlo, perché il burattino è un buono, come il padre, il suo cuore è grande, seppur le continue tentazioni che lo circondano lo portino ad essere pigro, bugiardo ed arrivista.
Nella magnifica casa in cui abitano la Fata Turchina e la Lumaca, si respira aria di sogno : le pareti sono fatiscenti ,le erbacce occupano i pavimenti delle camere, i letti sono eleganti, quasi regali.
Viene voglia di sperare che Pinocchio ci rimanga per sempre, ovviamente invitando anche il povero Geppetto, perchè il tempo sembra fermarsi, e lo spettatore sente che il proprio protagonista è al sicuro, lontano da pericoli e malignità.
Arriva però naturale una riflessione: il pericolo è solo dato da chi tenta il burattino, arrivando persino a volerlo uccidere per poche monete d’oro?
O è dato anche dalle aspettative dell’adulto, che considera spesso che i propri figli come burattini, non bambini veri con i propri sogni e aspirazioni, ansiosi di sbagliare, imparare, cadere?
Gli adulti tendono talvolta infatti a voler frenare i figli, si aspettano che siano come se li erano immaginati, vogliono che agiscano esattamente come ci si aspetta, negando l’ascolto, proiettando su di loro sé stessi.
Crescere un burattino è senz’altro più semplice che crescere un bambino vero: ma è proprio il bambino vero, alla fine del film, che si dimostra altruista e responsabile, dopo che si è dato da solo la possibilità di commettere errori arrivando così a maturare.
Garrone è intelligente nel capire il fulcro dei messaggi che Collodi volle darci a suo tempo, ma è soprattutto apprezzabile il realismo che permea la sua opera. Non ci sono artifici, è tutto artigianale, non ci sono effetti speciali particolari, siamo in un contesto pre industriale reso benissimo appunto dalla fotografia e scenografia. C’è inoltre la voglia di creare comicità, persino nella povertà, come quando Geppetto, pur di avere un tozzo di pane, mente all’oste di una locanda, dicendogli che tutti i suoi arredi hanno bisogno di essere riparati, e promettendogli di fargli un buon prezzo per aiutarlo nell’impresa.Una miseria umana incredibile, raccontata però in modo non pesante, ma realistico.Si parla di disperazione anche quando vi è la mutilazione della Volpe e la cecità del Gatto, non lasciando scampo quindi all’immaginazione ma mostrando la vita vera in tutte le sue sfaccettature.
La comicità più irriverente è infine poi data dalla Lumaca, personaggio secondario ma decisivo a livello visivo, che diverte lo spettatore quando la sua scia di bagnato fa scivolare chi è intenzionato ad entrare nella stanza dove lei si trova. Buona, comprensiva, è azzeccatissima. Infine una nota sul protagonista interpretato dal piccolo Federico Ielapi, naturale nell’esprimere tutte le peculiarità del burattino, e sugli altri attori che non sono da meno nella capacità di adempiere al proprio ruolo dimostrando un buon lavoro di casting.

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