Il Rivoltoso Sconosciuto

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di Alfonso M. Iacono* – Ieri Fabrizio Brancoli ha dedicato l’editoriale a Charlie Cole, morto in questi giorni, uno dei tre fotografi che il 5 giugno 1986, immortalò a Pechino quel ragazzo noto come il Rivoltoso sconosciuto, che ebbe il coraggio di fermare una fila di carri armati a Piazza Tienammen, dopo giorni di scontri feroci tra polizia da un lato e studenti, intellettuali e operai dall’altro finiti nella repressione più spietata. Allora questa storia straordinaria fece il giro del mondo. Il Rivoltoso sconosciuto, il quale, con una giacca in mano e una borsa forse della spesa si parò intenzionalmente davanti al primo dei bestioni armati che stavano procedendo sulla piazza, fermandoli più volte, salì poi sopra il carro armato e parlottò con il militare, ridiscese e rifermò il mezzo cingolato, finché qualcuno non lo portò via (poliziotti? amici? passanti?), è così chiamato perché di lui non si è saputo più nulla. Fu giustiziato? E’ ancora vivo? Noi, che siamo abituati all’individualità (che letteralmente significa: indivisibilità) come marchio della nostro essere liberi, che avvertiamo il nome dell’autore, il potere della firma, il fascono del protagonista nella storia, nei romanzi, nei film, delle fiction, non riusciamo facilmente ad accettare che questo eroe non abbia né un volto, né un nome. Eppure, forse è proprio questo che ammiriamo. Una giacca in una mano e una borsa della spesa nell’altro. Un ragazzo di qualunque piazza in qualunque città del mondo, in una giornata qualsiasi. Un anonimo. Ma non un eroe per caso. Affrontò i carri intenzionalmente e li fermò più volte. La sproporzione tra il suo esile corpo e la potente forza dei cingolati era così grande e così inconsueta da lasciare stupefatti gli stessi milirai. Fu questo forse a impedire loro di sparargli o di schiacciarlo e ucciderlo. I carri tentarono di aggirarlo, ma lui si spostò e vi si pone davanti. I fotografi che immortalarono questa scena inaudita furono tre: Charlie Cole, Jeff Widener e Stuart Franklin. La polizia cercò di sequestrare loro il rullino, ma non ci riuscì. Le foro e il filmato fecero il giro del mondo e ancora una volta il tentativo del governo e della polizia di occultare la repressione fallì. Ancora una volta, è vero. E per fortuna. Ma non sempre accade. Dai tempi di Cortes e del massacro degli Aztechi a oggi, la modernità è segnata dallo scontro tra l’occultamento delle uccisioni e il tentativo di disoccultarle con i mezzi di comunicazione di massa, giornali, radio, televisione, internet, social. Come ha scritto Primo Levi: “nei paesi e nelle epoche in cui la comunicazione è impedita, appassiscono presto tutte le altre libertà; muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte…..L’intolleranza tende a censurare, e la censura accresce l’ignoranza della ragione altrui e quindi l’intolleranza stessa: è un circolo vizioso rigido, difficile da spezzare”. Ma l’immagine del Rivoltoso sconosciuto ci dice ancora qualcos’altro. Essa riscatta la storia che ancora oggi come ieri continua ad essere o a cercare di essere la storia dei vincitori, dei protagonisti, degli “eroi” già destinati ad essere tali, come i comandanti, i capi di governo e di partito, insomma gli uni di fronte a cui vi sono i molti che non si vedono, che non hanno nome, eppure hanno permesso la costruzione dei monumenti che ammiriamo nel mondo, pagando anche con la vita, i lavoratori, gli uomini comuni con una giacca in una mano e una borsa della spesa nell’altra. Il Rivoltoso sconosciuto appartiene ai molti, non perché non si conosce il suo nome, ma perché non è un eroe designato dalla gerarchia sociale, un cavaliere aristocratico o un leader carismatico. Qui sta la grandezza del suo atto e con esso la forza delle foto che lo hanno comunicato al mondo.
*Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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