LEONARDO, VERITA’ E LEGGENDA TRA L’ ANGELO RESTAURATO E L’8P CON LA CAVA DI GIOTTO

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di Veronica Ferretti – In quest’anno di celebrazioni per il cinquecentenario della sua morte, sull’opera di Leonardo fioriscono nuove interpretazioni attorno al suo unico e per questo celebre ‘Disegno di paesaggio’ (8p nella catalogazione del Museo degli Uffizi dove è gelosamente conservato) e perfino la riproposta dell’attribuzione di un grande angelo in terracotta policroma che, se fosse tale, sarebbe l’unica scultura eseguita dal Genio di Vinci negli anni del suo apprendistato presso la bottega d’arte del Verrocchio.
In questo secondo caso la notizia giunge dalla ricomparsa dell’”Angelo annunciante della Chiesa di San Gennaro” in Lucchesia che in questi giorni esce “restaurato e in replica” dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dove, dopo l’inaugurazione di sabato 28 giugno, resterà in mostra per tutta l’estate.
Siamo arrivati al restauro anche grazie all’interesse che Carlo Pedretti, uno dei maggiori studiosi di Leonardo già docente all’Università della California e direttore dell’Armand Hammer, ha dato all’opera attribuendogli pubblicamente tale paternità allorché venne intervistato nel lontano 1998 da Piero Angela per la trasmissione Superquark interamente dedicata alla vita e all’opera di Leonardo da Vinci.
Pedretti, unico tra i grandi studiosi di Leonardo, giustificò tale attribuzione sostenendo che l’opera risale al tempo degli studi leonardiani sulla canalizzazione del fiume Arno. Questi studi lo avrebbero portato fino al paese di San Gennaro. Una visita confermata dalla mappa relativa agli studi per la deviazione del fiume Armo nella quale Leonardo ha disegnato, alla fine della lunga catena di borghi e castelli collinari che da Montalbano porta nella Valdinievole, anche la pieve e il paese di San Gennaro che sta sopra quello di Collodi.
Sulla riconoscibilità delle forme di questa scultura in terracotta alta un metro e venti centimetri, probabilmente realizzata negli anni di apprendistato artistico a Firenze, quindi tra il 1476 e il 1482, Pedretti, dopo averla chiamata “opera di un genio acerbo”, ne attribuiva la Leonardo dal drappeggio sul braccio, l’impostazione del corpo posto di profilo e rivolto a destra come nell’“Annunciazione”, la capigliatura e l’espressione del volto conformi alle immagini dei disegni preparatori delle sue Madonne.
Del resto lo stesso Leonardo ha lasciato scritto nel suo “Libro di pittura” «Adoperandomi io non meno in scultura che in pittura e facendo l’una e l’altra in medesimo grado». Dal canto suo Martin Kemp, altro esperto di Oxford, ricorda come anche il busto in terracotta “Christo fanciullo”, databile attorno al 1495, non vide riconosciuta la propria paternità leonardesca prima del 1991.
L’altra ‘scoperta’, anche questa in bilico tra verità e leggenda, riguarda il disegno “Paesaggio con fiume” (8p) – per molti aspetti ancora misterioso nel senso che Leonardo vi ha coniugato alla perfezione elementi di paesaggio reale con altri immaginari – proviene da uno studio di Carlo Canepari, ricercatore dell’Università di Firenze. Questi, a seguito di lunghe ricerche, sopraluoghi e rilievi lungo via delle Rave, tra il paese di Montevettolini e quello di Monsummano, ha riscontrato che fu proprio da questo punto di osservazione che Leonardo disegnò il paesaggio della Valdinievole mostrando, in primo piano alla sua destra la Cava Rossa del colle di Monsummano mentre in basso, tra i castelli di Buggiano e Montecarlo visibili in lontananza, stanno fiume e terreni emersi dal padule.
La roccia disegnata sulla destra, questa è la novità indicata dall’architetto Carlo Canepari, non rappresenterebbe, come finora si è detto, un masso striato lungo il quale scende un flusso d’acqua, ma il ravaneto, ossia il pendio di ghiaia lungo il quale con canapi e tronchi venivano calati a valle i massi di quel marmo rosso di Monsummano che Giotto aveva usato per rivestire il campanile di Firenze, sicuramente ammirato più volte da Leonardo.
E poiché Vinci non dista che un paio di decine di chilometri da Monsummano, è cosa certa che da giovane il Genio abbia visitato più di una volta la cava rossa, affascinato dalle macchine che vi lavoravano, e molto probabilmente perché Leonardo era forse stimolato dalla possibilità di utilizzare nei suoi colori anche quella polvere di marmo rosa.
Ancora una volta, dunque, la grande Valdinievole, quella che si estende da Vinci nel Montalbano a San Gennaro sopra Collodi ai confini della Lucchesia, passando per Montevettolini e Monsummano e la valle del fiume Arno il cui corso Leonardo studiava di deviare a settentrione, non cessa di stupirci con sempre nuove rivelazioni anche se queste rimangono a metà tra verità e leggenda.

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