Midsommar: l’horror luminoso che consacra Ari Aster

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di Andrea Bertuccelli – In questo periodo estivo, in cui le sale cinematografiche offrono per lo più blockbuster di largo intrattenimento, è arrivata nei nostri cinema una pellicola davvero particolare ed interessante, destinata a far parlare molto di sé. Fin da quando fu annunciata ha catturato l’attenzione degli amanti del cinema dell’orrore, ma soprattutto di quello d’autore. Il film in questione è Midsommar , la seconda opera di Ari Aster, giovane regista classe 1986 che giusto un anno fa sorprese pubblico e critica con Hereditary, un vero gioiellino nel panorama cinematografico mondiale. Con la sua opera prima, Aster si era distinto per uno stile davvero ammirabile nel mettere in scena quello che a prima vista poteva sembrare un horror classico, dalla costruzione convenzionale, in cui spiccava un gusto autoriale personale ed innovativo, sia nella regia che nella narrazione: un vero e proprio dramma familiare mascherato da film di genere, che a sua volta nascondeva moltissimi sottotesti e possibili interpretazioni che andavano al di là della storia raccontata. Come il suo predecessore, anche Midsommar rappresenta un vero e proprio film ibrido: ha tutti gli stilemi dell’horror, ma anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un film pluristratificato, che con un mix di generi ci accompagna in un viaggio psichedelico, folle e grottesco tra i meandri della psiche umana e i misteri della società.
La trama è quanto di più semplice un film di questo tipo possa offrire, ma come per ogni opera d’autore è il modo in cui la storia ci viene raccontata a fare la differenza. Midsommar inizia gettando lo spettatore nella vita della giovane Dani e nel suo dramma familiare: sua sorella, affetta da disturbo bipolare, dopo aver minacciato il gesto estremo con una mail, si suicida portando con sé anche i genitori. Dani, che inizialmente si era preoccupata per il messaggio della parente, contatta il suo ragazzo Christian che tende a sminuire le parole della sorella liquidandole come la solita ricerca di attenzione. Ma quando la disgrazia si concretizza, in una scena magnifica quanto inquietante, Dani cade in un tunnel psicologico senza apparente via d’uscita: la sofferenza della perdita è troppo grande da sostenere, tanto da farle cercare nello schivo e poco empatico Christian un appiglio per superare un momento così difficile. Nonostante la situazione sentimentale precaria, i due partiranno insieme ad altri colleghi universitari del ragazzo per un viaggio estivo in Svezia, dove verranno ospitati dalla comunità di origine di un loro amico, alla scoperta delle tradizioni folkloristiche svedesi nel periodo del Midsommar. Il viaggio si trasforma in occasione di confronto con una cultura diversa e bizzarra, che fin dal primo momento sembra nascondere qualcosa dietro ai buffi rituali che scandiscono le giornate della comunità. Sarà una lenta e progressiva discesa in un incubo allucinogeno ed inquietante, che per Dani potrà trasformarsi in un sofferto percorso di crescita.
Midsommar , allo stesso modo di Hereditary, presenta una struttura classica con tre atti ben definiti. Come il predecessore, il tutto parte da una perdita familiare, a dimostrazione che la tematica è molto cara all’autore e quasi distintiva del suo lavoro. Il primo atto ci racconta il dramma interiore di Dani, il suo lutto, la sua caduta e la sua richiesta d’aiuto a Christian, che è solo un sostegno apparente alle sue insicurezze: è un po’ come se scendessimo con lei nel buio dell’anima, senza trovare un vero conforto al nostro dolore, ma solo senso di colpa e solitudine. Nel secondo atto viviamo in prima persona la scoperta, l’incontro tra culture diverse e il confronto tra approcci differenti alla morte e alla vita: questa nuova, terrificante e sanguinosa concezione del ciclo vitale diventa per Dani e per noi come un’epifania, una visione rivelatrice capace di farci elaborare il nostro dramma attraverso un’ottica non convenzionale; un’improvvisa esplosione di sangue, forse il momento più violento di tutto il film, scuote la quiete apparente della nostra anima e un sacrificio rituale diventa un’occasione per riflettere su cosa effettivamente sia per noi il valore della vita. Nel terzo e ultimo atto abbiamo una vera e propria rinascita nella nuova cultura, una liberazione per Dani che riesce ad emanciparsi da un amore morboso, diventato un appiglio senza valore per le sue insicurezze. E’ anche una liberazione per noi spettatori, indissolubilmente legati alla sofferenza della ragazza fin dal primo minuto di film, che troviamo con lei una nuova famiglia in quella misteriosa comunità scandinava: un nuovo nucleo in cui riscoprire l’importanza dell’indipendenza e la certezza di farcela da soli, in un ambiente empatico che riesce a valorizzare ogni nostra virtù.
Ari Aster scrive e dirige un film magnifico: non si vedono spesso horror così colorati e luminosi che sappiano inquietare e far riflettere sull’animo umano con tanta efficacia. E’ una pellicola visionaria, letteralmente “sotto acidi”, in cui lo spettatore viene preso per mano e condotto nei trip allucinogeni che coinvolgono i protagonisti; in più la perenne luce del sole scandinavo sconvolge la regolare alternanza tra giorno e notte, contribuendo a creare il clima che ci porterà sempre più all’interno di un incubo lisergico tangibile. Tecnicamente Midsommar è una gioia per gli occhi: ogni singolo movimento di macchina è studiato nel dettaglio e funzionale alla narrazione, ogni inquadratura meriterebbe una cornice nei più grandi musei del mondo. La colonna sonora contribuisce a creare una sensazione di disturbante smarrimento e incertezza ed è parte integrante della narrazione, fino alla canzone che accompagna i titoli di coda. Menzione speciale infine per la recitazione, sempre credibile, verosimile e a tratti terribilmente reale: Florence Pugh offre una prova notevole nel ruolo di Dani, tanto che le sue espressioni diventano un tassello fondamentale per la completa fruizione di un’opera molto incentrata sulla figura femminile. Non mancano citazioni rispettose ed intelligenti a molti film di genere, con evidenti richiami ad un certo tipo di horror anni ’70, su tutti al grande cult The Wicker Man, di cui viene presa la struttura centrale. Chiaro anche un macabro riferimento a Non aprite quella porta di Tobe Hooper, e nella scrittura volutamente stereotipata dei protagonisti si può cogliere l’intenzione di giocare con i canoni del genere, come fece Drew Goddard nel recente Quella casa nel bosco, pellicola decisamente più leggera ma che come Midsommar evidenzia una grande passione per il cinema horror e una grande cultura autoriale nella messa in scena.
Come per Hereditary, anche questa pellicola è piena di simbolismi e indizi nascosti, che vanno poi a sommarsi nel finale rivelatore, completando la visione e valorizzandola ancora di più: un vero e proprio marchio di fabbrica del regista. Non basterebbero mille pagine per analizzare una pellicola di questo tipo, anche perché si può aprire a innumerevoli interpretazioni e soprattutto può suscitare emozioni diverse a seconda della persona che la guarda. La fruizione dipende molto dallo stato d’animo con cui ci si approccia alla visione, e soprattutto dalle esperienze personali, sia cinematografiche che esistenziali. L’unico consiglio che il sottoscritto può darvi è di precipitarvi in sala, perché queste opere meritano sempre una visione, al di là del gusto personale. E’ un film molto intimo, che si prende i suoi tempi, forse imperfetto, ma allo stesso tempo completo e pregno di significati: si potrebbe definire come un horror antropologico, che si avventura nel dramma, nel thriller psicologico e addirittura nella commedia, abbracciando tutte le sfaccettature della vita. Per gli appassionati di Cinema è un’esperienza imperdibile: non è solo un horror, è prima di tutto una bellissima storia che parla di morte, vita, politica, cultura, integrazione, amore ed emancipazione, che si risolve in un climax ascendente finale grottesco, a tratti tragicomico, ma che è la somma completa di un’opera enigmatica. L’ultima inquadratura è la pennellata definitiva che rende maestosa quest’opera d’arte già di per sé meravigliosa: una smorfia che diventa sorriso, la sofferenza che si trasforma in consapevolezza, l’oppressione che muta in libertà. Il sacrificio come unico sentiero per la realizzazione: brividi, non solo di paura. Cinema allo stato puro, che conferma il giovane regista tra le più importanti promesse che la Settima Arte ci abbia mai regalato.

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