Mondo senza ironia

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di Alfonso M. Iacono* – Le cicale friniscono senza fine. Fanno così per tutta l’estate. Fanno cantare gli alberi che mostrano al sole il loro miglior verde, quello pieno, maturo, sicuro, luminoso. A volte si interrompono, poi riprendono. Prima alcune, poi tutte. Il frinire è un suono che si ripete e si sente sullo sfondo, mentre il tempo si ferma al sole del pomeriggio e soltanto qualche leggero soffio di vento muove pigramente le foglie, mentre i rami dondolano con un piacere sonnolento. Esopo aveva torto. Quel frinire non si oppone, ma anzi accompagna l’operare delle formiche. Il tempo delle cicale è lento di una lentezza che non riusciamo quasi più a vivere se non forse nei giorni di vacanza che molti noi hanno il privilegio di prendersi. Ma le vacanze sono qualcosa di voluto, di artificioso. Necessarie, sicuramente, ma come è necessaria una parentesi che sta in mezzo a una frase. Deve specificare qualcosa di importante che tuttavia non rientra nel discorso principale. E il discorso principale oggi è velocità e ansia. Tutto si brucia in un attimo o meglio in un click del nostro dito indice quando tocca il tasto per inviare un mi piace. Bisognerà aspettare un po’ di tempo e non avere fretta perché si possa parlare con calma di Andrea Camilleri, Luciano De Crescenzo, Agnes Heller, Francesco Borrelli, quattro persone che per motivi diversi hanno sicuramente lasciato un segno. Camilleri e De Crescenzo avevano in comune una cosa: l’ironia. Siciliana nel primo, napoletana nel secondo. Due modi diversi di essere ironici, di porre cioè un sorridente dubbio, spesso venato di malinconia, su ogni affermazione e su ogni rappresentazione. L’ironia è probabilmente il dono più grande e complesso che ha ricevuto la nostra mente. Solo un dio ironico può permettersi di essere veramente un dio. Se esiste da un bel po’ è assente. Non riesce a rallentare il tempo per convincerci che non solo noi non siamo onnipotenti, ma che neanche lui lo è. Solo uno come Socrate poteva usare l’ironia per sopraelevare il dialogo sui concetti e discutere di Politica, Etica, Giustizia, Bene, Verità. Ma a chi può importare oggi tutto questo? Per un dialogo vero, perché ci si rispetti tra i dialoganti e l’uno comprenda veramente l’altro, occorre tempo. Oggi noi siamo occupati a fare ben altro, come il castoro di Lilli e il vagabondo. Ma a differenza del roditore, facciamo qualunque cosa solo se è facile e veloce. Anche le emozioni devono essere facili e veloci. Esprimiamo il risentimento, l’odio, l’aggressività purché non ci costi fatica. Con un click o con uno slogan e tanto basta. Il giorno dopo: non volevo, non avevo intenzione, ero ubriaco. Si lancia il sasso e si ritira la mano. I social sono certamente una gran cosa, ma, ironia involontaria della comunicazione in tempo reale, operano soprattutto fra amici e proprio per questo sono chiusi. E’ la chiusura che oggi li caratterizza, non l’apertura. In essi ci diamo quasi sempre ragione e ci rafforziamo nel darci ragione. Non vi è dialogo, vi è una connivenza chiusa, anche quando è basata sul politically correct. Tuttavia non è questione dei social, è questione degli esseri umani. Troppo spesso l’altro diventa il nemico. Si sta perdendo l’essenza del vivere insieme: l’alterità e il dubbio come fonti della conoscenza. Anche l’ironia va perdendosi e con essa il dialogo, quello vero. Perché vi sia ironia, occorre la volontà di comprendere l’altro nella sua diversità, ma ciò è impossibile in un mondo di narcisisti patologici, che fingono di compiacersi per non vedere quanto il proprio viso guardato attraverso lo specchio sia diverso dal proprio desiderio. I rapporti umani, sociali, politici di oggi non sono più fatti della stoffa dell’ironia. Non hanno i colori dei pomeriggi d’estate, quando le cicale friniscono e le formiche operano.
* Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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