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Periferie e quartieri

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di Alfonso M. Iacono – E’ la solita vecchia storia che si ripete. Mi riferisco a Torre Maura e allo scontro tra gli ultimi e i penultimi. Di cosa ci si meraviglia? Ci si dovrebbe meravigliare del contrario e cioè che scontri analoghi non avvengano tutti i giorni e dappertutto. In particolare nelle periferie, cresciute più o meno selvaggiamente ovunque, ma soprattutto nelle metropoli del mondo. Le periferie sono la verità del capitalismo, se vogliamo chiamare con il suo nome più diretto il nostro sistema economico-sociale, basato sull’individualismo e sul profitto. Le periferie esprimono la dimensione violenta e selvaggia dello sfruttamento del lavoro e assicurano, nella loro diffusa fatiscenza e trasandatezza, quella guerra tra poveri che, entro certi limiti, consente al potere economico e sociale il divide et impera. Finché vi saranno uomini ridotti a topi che si sbraneranno a vicenda per arraffare le briciole lasciate dai ricchi e dagli approfittatori, niente potrà cambiare veramente. Finché lo stare insieme è la somma di tante solitudini, vi sarà sempre un estraneo, un nemico da aggredire. Le periferie sono il contrario dei quartieri. In esse la vita è il provvisorio che diventa permanente, è il passaggio verso un altrove. E’ il centro, che, con i suoi monumenti, i suoi negozi e i suoi ristoranti, fa spettacolo di sé, scrive la storia, richiama l’attenzione, desta ammirazione, invidia, rabbia. Avendo tutti abbracciato il neoliberismo, a nessuno è venuto in mente che le periferie dovevano essere trasformate, ma soprattutto negate come tali con progetti ambientali e territoriali, con l’idea semplice che tutti hanno diritto ai quartieri e nessuno deve subire le periferie. I quartieri dovrebbero essere gli spazi della poesia, cioè di una vita in cui il cammino è una lenta passeggiata e il respiro si riempie di profumi e dove il rapporto tra natura e artificio diventa armonia e bellezza. Non sono cose impossibili. Il diritto a una vita buona e dignitosa. Di poesia dovrebbero occuparsi gli urbanisti, gli architetti, gli ingegneri. Solo che ci siamo abituati a non pensare più seriamente in termini di futuro e di progetto. E di poesia. Ci siamo illusi che basta essere connessi per dimenticare o forse solo sopportare la cattiva qualità dello spazio in cui viviamo, basta essere collegati per essere altrove stando qui. Ma alla fine le cuffie del computer o dell’iphone non ci salvano dall’inquinamento, dalle buche delle strade, dalle crepe sui muri, dai miasmi delle fogne. Servono per ascoltare, non per farci diventare ciechi. Le periferie sono un fatto mentale, vivono del riflesso della luce che venendo da lontano, giunge lì ormai pallida e esangue. I quartieri invece, anche quando sono distanti dal centro, non vivono di luce riflessa. Ma perché i partiti dovrebbero progettare e costruire quartieri invece di lasciare alla spontaneità selvaggia l’accrescersi di agglomerati che si gonfiano su stessi? Comporterebbe infatti un senso del futuro e del progetto assai diverso, se non opposto, a quello della ricerca del consenso qui ed ora, giusto il tempo delle elezioni. Non ci si sta rendendo conto che la perdita del senso del futuro in campo politico, ambientale, sociale, economico ci porterà a soccombere, a scatenare sempre di più l’odio, l’invidia e la rabbia. E’ ammirevole ma nello stesso tempo umiliante che dei bambini ci debbano insegnare come vivere e convivere. C’è un quadro di Edward Hopper che si intitola Sole di mattina. In esso una donna (sua moglie Jo) sola in una stanza guarda attraverso una finestra, ma la direzione del suo sguardo va verso un luogo che non c’è. Jo guarda lontano. Forse vede qualcosa o forse, guardando fuori, cerca dentro di sé. Noi oggi, soli e connessi, non riusciamo né a vedere lontano né a cercare dentro di noi.
*Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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