PICCOLE DONNE: una rivisitazione non convenzionale

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di MARIA STELLA REGÈ – Una dura sfida quella di portare nuovamente sullo schermo il romanzo simbolo di un’intera generazione, quella di Louisa May Alcott, che nel 1868 illustrava attraverso la sua opera lo spaccato di un’intera società.
Greta Gerwing sapeva che le aspettative erano alte, sia perché fresca di Oscar con Lady Bird, sia perché Piccole Donne è stato già adattato molteplici volte, e distinguersi non era di certo semplice. Bisognava essere appunto coraggiosi, e lei lo è stata, con una sceneggiatura che supera di gran lunga in maturità Lady Bird grazie a dialoghi mai scontati e flashback e flashforward continui che però non confondono lo spettatore.
La regista ritiene inoltre opportuno compiere alcuni cambiamenti narrativi che riguardano, per esempio, la protagonista, Jo, la quale non si innamora di un vecchio tedesco come nel libro, ma di un’affascinante francese.La scelta in questo caso non era necessaria, e non se ne comprende la motivazione precisa e soprattutto il senso, seppur Louise Garrell piaccia sempre, e con lui il suo accento inconfondibile. 
Jo è l’assoluto centro del film : è impavida ,leale, affascinante nella sua irriverenza ed è simbolo estremo del femminismo. Interpretata da un eccellente Saoirse Ronan, da cui ormai ci si aspettano solo grandi cose, la Gerwing riesce a far risaltare tutte le peculiarità di una ragazza destinata a diventare donna, a innamorarsi. Un destino diverso da quello della scrittrice del romanzo, a cui Jo è ispirata, anche lei femminista convinta, che morirà nubile, mentre le altre tre protagoniste della saga troveranno ispirazione dalle sorelle della Alcott.
Di pari merito sono le interpretazione di Amy, ossia Florence Pugh, candidata quest’anno all’Osca e Meryl Streep, mentre Timothee Chalamet svolge bene il suo compito ma non eccelle, oscurato quasi sempre dalle colleghe donne, che mostrano carisma anche nelle scene visivamente più semplici, di dialogo e riflessione.
Di riflessioni infatti il film è pieno, soprattutto quelle riguardanti il ruolo della donna nella società.
Una donna che non può aspirare a un suo patrimonio, come Amy ricorda a Laurie in una delle scene più belle del film, una donna che viaggia poco, da cui si aspetta matrimonio e figli e non carriera, che faticherebbe a mantenersi da sola vivendo del proprio lavoro e passioni. C’è chi lo accetta, e chi no, come Jo, che preferisce essere sola e zitella piuttosto che sottostare a certe regole. Dovrà aspettare dunque il decadente e povero professore per non sentirsi meno ma alla pari, se non di più, essendo poi sua la casa ereditata dalla zia March in cui istituirà una scuola. Indipendenza. E’ questa la chiave della Gerwing, che vuole che le sue piccole donne appaiano non solo piene di ideali, ma anche eroine (l’eroismo nasce dal non bisogno) in grado di starsene sole finchè non incontrano il vero amore, mantenendo comunque poi la propria integrità e spirito.
E’ un film che commuove, che fa piangere, perché la regia originale della regista riesce a colpire dritta al cuore con inquadrature e trovate di sceneggiatura perfettamente azzeccate: come quando muore la dolce Beth, abbiamo continui flashback tra il giorno in cui si ammalò la prima volta di scarlattina, e il giorno in cui invece morirà, lasciando tutti nella disperazione.
Buoni anche scenografia e i costumi che riescono a caratterizzare in modo netto ognuna delle sorelle.
Ma soprattutto, c’è originalità nel raccontare, come quando Laurie e Jo si incontrano per la prima volta ad una festa, ed improvvisano un ballo in terrazza che non ha niente a che vedere con passi delicati e coordinati, ma sembrano più quelli di un concerto rock, scatenati ed entusiastici.
La Gerwing riesce così a rendere attuale un’opera di più di un secolo e mezzo fa, senza temere il giudizio del pubblico ma fidandosi del suo istinto che sicuramente l’ha premiata, dato che il film è candidato a ben sei premi Oscar.
Di certo era difficile sbagliare con un cast così stellare, a partire da Emma Watson a cui il ruolo di ragazza responsabile e materna calza benissimo, seppur comunque anch’ella venga oscurata dall’interpretazione di Saoirse, non perché quest’ultima sia la protagonista, ma perché l’attrice, già candidata in passato agli Oscar per ben tre volte, non è mai scontata, ha uno charme innato che le permette sempre di far risaltare il suo personaggio e di non passare inosservata. Ha quel viso, quel modo di recitare, quella sicurezza sullo schermo, che la rendono una delle più promettenti ad Hollywood, insieme a Florence Pugh, che da pochi anni sta sbocciando: anch’ella non è convenzionale né nell’estetica né nel modo di recitare .Insomma, la non convenzionalità ma la particolarità è quello che a lungo andare premia gli attori. La bellezza che non è perfetta ma punta all’espressività e all’osare nella propria recitazione.
Ecco perché la Gerwing ha fatto una scelta azzeccata di cast, lasciando nelle mani di Saoirse l’eredità di un ruolo che a suo tempo fu di Winona Ryder.
Grandi passi avanti dunque per la giovane regista rispetto al suo precedente lavoro,ed eccellente lavoro di sceneggiatura.

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