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Pierfrancesco Favino: Teatro, “La notte poco prima delle foreste”

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di Annalisa Bugliani – Abbiamo avuto, lunedì 7 gennaio scorso, la preziosa opportunità di assistere, al Teatro Era di Pontedera, alla straordinaria interpretazione di Pierfrancesco Favino in La notte poco prima delle foreste, l’adattamento teatrale del poema La nuit juste avant les forêts di Bernard-Marie Koltès.
Con l’adattamento teatrale di Pierfrancesco Favino e la regia di Lorenzo Gioielli l’opera, scritta da Koltès nel 1977, il drammaturgo e regista francese prematuramente scomparso a causa di complicazioni dovute all’aids nel 1989, si cala drammaticamente nelle inumane e grottesche vicende dei giorni nostri, causate dalla feroce espansione dei sentimenti di intolleranza, xenofobia e razzismo.
Favino affronta il palcoscenico con grande maestria e potente coinvolgimento dello spettatore:
L’attore è illuminato da un’unica luce e avvolto, per il resto, nella più totale oscurità.
Il poema per voce sola è gestito dall’attore romano con l’uso delle più vere e profonde corde di una ineludibile emotività razionale.
Ragione e sentimento sono scossi dalla narrazione di questo straniero che conosce così bene i più incalliti difetti degli italiani.
Uno straniero che racconta e paga in prima persona problemi come quello della propria identità, della solitudine, dell’etica sociale, dell’amore.
Lo straniero colpevole di essere straniero che nell’immaginario generale sembra essere un pericolo insanabile e un vero e proprio affronto all’esistenza degli altri e che, in verità, riscopriamo, dopo averlo visto attraversare tutte le miserie della vita di straniero, abbandonato e clandestino, essere alla fine vittima innocente e non carnefice.

L’esperienza di questo straordinario pezzo di teatro è da vivere con pieno trasporto, lascia profonde tracce di se allo spettatore, aiuta a comprendere meglio noi e il confuso e cinico mondo nel quale ci siamo trovati a vivere.
Il regista Lorenzo Gioielli spiega, nelle note di regia, che “Nella notte poco prima delle foreste, poco prima del punto di non ritorno della nostra umanità, poco prima della fine del mondo, un uomo, uno straniero, un estraneo, un diverso che ha tentato in tutti i modi di diventare un eguale, ferma nella pioggia un ragazzo. Che sembra un bambino. Immacolato.
Qualunque cosa aggiunga e qualunque tentativo di spiegare cosa l’estraneo dice al giovane farebbe un torto a Koltès, a Favino e al pubblico. Le piane e corrette parole che dovrei scrivere servirebbero soltanto a limitare la dolorosa vastità dell’interprete e a minimizzare la sconcertante bellezza del testo.

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