Quando il terrore nazista colpì in tutta l’Europa Sant’Anna di Stazzema fu detta la Lidice d’Italia

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di Vasco Ferretti – Nell’ottobre del 1944, due mesi dopo la strage nazista compiuta a Sant’Anna di Stazzema da quattro compagnie del II battaglione della XVI Divisione granatieri corazzati Reichsfurer-SS al comando del capitano Anton Galler, il sergente statunitense Jack Foise scrisse sulla rivista dell’esercito americano in Europa “Star and Stripes” che il paese di Sant’Anna era “il Lidice d’Italia”. Una espressione perfetta per comparare il criminale sterminio di due comunità vittime – secondo il concetto, insito nell’ideologia e nel linguaggio del nazionalsocialismo – del “Vernichtung”, ossia del più radicale annientamento tra i tanti perpetrati dalle forsennate SS di Himmler e dai soldati della Wehrmacht.
Se una feroce determinazione in ambedue i casi fu rivolta a punire con lo sterminio una intera comunità, le modalità con le quali le SS attuarono l’ignobile impresa furono comunque diverse: assai differenziate nei tempi e luoghi di esecuzione quelle che si ebbero nel villaggio cecoslovacco; più brutali e violente, fino al tentativo di annientare con le fiamme i corpi delle vittime, quelle di sant’Anna di Stazzema.
La sorte di Lidice fu decisa personalmente da Hitler quale spietata rappresaglia sugli abitanti ritenuti complici degli attentatori, inviati da Londra, che avevano appena assassinato Reinhard Heydrich, il delfino del Führer, capo della Sicherheitsdientst (SD) che includeva la Kripo e la Gestapo, e artefice della Conferenza di Wannsee che decise la “Soluzione Finale” del problema relativo allo sterminio degli ebrei.
Una comparazione tra la drammatica sorte di Lidice e quella di Sant’Anna, non essendo mai stata tentata prima d’ora, richiede in primo luogo di rievocare le diverse circostanze storiche che si verificarono il 27 maggio 1942 Lidice nei pressi di Praga e quelle del 12 agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema.
Il primo caso ha un prologo. Accadde, dunque, che a Praga, attraversando il quartiere di Holesovice a bordo della sua Mercedes scoperta, Heydrich venne gravemente ferito per l’esplosione di una granata lanciatagli contro da due patrioti céchi che misero così in atto il piano dell’attentato predisposto a Londra.
Trasportato in ospedale Heydrich – che Hitler definiva ‘un uomo dal cuore di ferro’, ma che in Boemia era detto ‘il boia di Praga’ – morì pochi giorni dopo per la setticemia contratta dalle ferite riportate nello scoppio della granata lanciata contro la sua auto in corso.
L’Operazione Anthropoid – cosiddetta perché doveva uccidere colui che, diventato l’ anima nera del nazismo, di umano non aveva ormai altro che le sembianze – fu condotta dai partigiani Jan Kubis e Josef Gabcik i quali vennero poi traditi da uno di loro di nome Karel Kurda.
Assediati dalle SS nei sotterranei della chiesa dei Santi Cirillo e Metodio sulla riva della Moldava, i due partigiani combatterono a lungo contro le SS che li assediavano da ogni lato prima di suicidarsi per non cadere nelle mani della Gestapo e dover fare, sotto tortura, delle rivelazioni.
A quel punto, la vendetta nazista, dopo aver eseguiti centinaia di arresti nella città di Praga e l’uccisione di decine di abitanti che appartenevano alla Resistenza, si volse contro il paese di Lidice. Il semplice sospetto che quel villaggio avesse nascosto e aiutato i due paracadutisti bastò a segnarne la condanna.
Di primo mattino tutti i 173 uomini del paese stretto sotto assedio da SS, Sicherdienstpolizei e soldati della Wehrmacht vennero ammassati nella fattoria Horak e fucilati a gruppi di dieci per volta. I condannati dovevano dirigersi verso il muro delle esecuzioni passando sui corpi di quanti erano stati uccisi in precedenza. Altri scampati casualmente alla fucilazione di quel 10 giugno 1942 furono passati per le armi sei giorni più tardi a Kobilisy.
Delle 196 donne deportate nel lager di Ravensbruck, due terzi riuscirono a sopravvivere agli stenti o alla selezione di quante tra loro venivano ogni tanto destinate alle camere a gas. Nove bambini, ritenuti idonei all’ ‘arianizzazione’, vennero affidati a famiglie tedesche mentre altri 98 di maggiore età furono deportati e molti di essi gasati nel lager di Chelmno. Tranne gli scampati ai lager, gli uomini fucilati furono 142, le donne ammazzate o gasate 60 e 98 i bambini uccisi; in totale le vittime di Lidice furono 350.
L’intero villaggio dei dannati venne poi dato alle fiamme e distrutto dalle esplosioni; tutti gli alberi vennero sradicati; i morti del cimitero vennero dissepolti da una squadra speciale e dispersi in mezzo alle macerie. Queste, affinché di Lidice non rimasse più alcuna traccia visibile, vennero poi interamente spianate e ricoperte di terra.
Il mondo fremette di sdegno a un punto tale che alcune grandi città statunitensi aggiunsero quella parola, Lidice, al proprio nome. Nel mondo libero l’audace attentato e la drammatica cancellazione di Lidice e dei suoi abitanti fu rievocata da decine di documentari e perfino da film.
La memoria storica sulla strage di Sant’Anna di Stazzema dal canto suo ricorda che la mattina del 12 agosto 1944 si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni della popolazione
civile del secondo dopoguerra in Italia.
La furia omicida dei nazifascisti si abbatté, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti nei sobborghi del paese, da Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Colletti dove centinaia di corpi rimasero a terra senza vita, trucidati, straziati, bruciati, uccisi da una cieca furia omicida contro persone che non avevano colpe.
All’alba di quel giorno, mentre un reparto chiudeva a valle ogni via di fuga, tre reparti del II battaglione del 35mo reggimento Grenadier – facente parte della XVI SS Panzerdivision ReichsFührer del generale Max Simon – al comando degli ufficiali Gerhard Sommer, Alfred Schonber e Ludwig Sonntag, risalirono fino a Sant’Anna. Una volta circondato il paese, ebbe inizio l’uccisione feroce e indiscriminata dei suoi abitanti. Quindici giorni prima, il 26 luglio, il comando germanico aveva fatto affiggere sulla piazza della chiesa di Sant’Anna un manifesto che ordinava a tutti gli abitanti e alle centinaia di sfollati di lasciare le abitazioni e di trasferirsi lontano da quella zona interessata alla costruzione della linea di difesa tedesca, la “Pietrasanta-Riegel” che doveva collegarsi, a monte di Sant’Anna, con la Linea Gotica.
Si trattava di un ordine subito apparso impraticabile data l’impossibilità di trasferire lungo le mulattiere di montagna un gran numero di persone, animali e vettovagliamento fino a Sala Baganza, un Comune al di là degli Appennini in quel di Parma. Il 30 luglio si era poi verificato uno scontro armato tra i partigiani della X Brigata Garibaldi attestati sul monte Ornato e le truppe tedesche terminato con la ritirata di queste ultime.
I partigiani trasferitisi in una zona più interna, in direzione di Lucca, non sembravano costituire più una minaccia tanto che l’annuncio di sfollamento del paese ventilato il 5 agosto dal comando tedesco venne subito dopo annullato. Il paese sembrò essere uscito indenne dalle minacce naziste.
Così, invece, non fu perché la mattina del 12 agosto, gli abitanti di Sant’Anna e quanti erano stati concentrati dai villaggi vicini, in poche ore, all’apparire di segnali luminosi in cielo lanciati da diverse direzioni verso il paese, vennero uccisi a centinaia. Nella piazza del paese i corpi ammucchiati vennero perfino bruciati con il lanciafiamme per cui di questi solo 350 poterono essere in seguito identificate. Tra le vittime vi erano 65 bambini minori di 10 anni di età.
La modalità di esecuzione della strage fu spietata. Gente sfollata dall’area pisana e abitanti del luogo – in prevalenza donne, ragazzi e persone anziane, – venne rastrellata, chiusa nelle stalle o nelle case e poi uccisa a raffiche di mitra, colpi di rivoltella e bombe a mano incendiarie con modalità di stampo terroristico.
La condanna all’ergastolo dei responsabili della strage di Sant’Anna a Stazzema da parte del Tribunale militare de La Spezia è giunta soltanto nel 2005, dopo 51 anni da quel massacro di innocenti a carico di Werner Bruss, Alfred Concina,
Ludwig Goering, Karl Groper, Georg Rauch, HORST Richter, Heinrich Schendel, Alfred Schonenberg, Gerad Sommer, Heinrich Sonntag, tutti contumaci.
Nel 2006 la sentenza della Corte d’appello, confermata in Cassazione l’anno successivo, ha confermato l’ergastolo per l’ufficiale Gerhard Sommer e per i sottufficiali Georg Rauch e Karl Groper, ma il1 ottobre 2012 la Procura di Stoccarda ne disponeva l’archiviazione sostenendo che l’eccidio rientrava nella repressione delle bande partigiane.
E dal momento che nel 2011 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha decretato che in Italia non sarà più ammessa l’apertura di procedimenti giudiziari per crimini nazisti compiuti durante l’occupazione tedesca, in quanto la giurisdizione è stata riconosciuta di esclusiva competenza della Germania, come per altri casi, anche la strage di Sant’ Anna, le sentenze di condanna all’ergastolo pronunciate in contumacia e mai recepite dai tribunali tedeschi, continueranno a rappresentare un crimine impunito.
A Lidice, come a Sant’Anna, si può e si deve, comunque, vivificare la memoria di quei giorni di lacrime e sangue onorando l’immagine dei bambini decimati dalla furia nazista. A Lidice hanno eretto una scultura che, in bronzo e ad altezza naturale, riproduce le figure dei 42 bambini e delle 42 bambine, tutti di età compresa tra i 2 e i 16 anni, che, portati via dal paese in fiamme, morirono nelle camere a gas di Chelmno.
Anche a Sant’Anna l’immagine di un giocoso girotondo di bambini, laddove tanti come loro furono uccisi sulla piazza antistante la chiesa del paese, è il ricordo più toccante di quelle giovani vite spezzate.

(*) Vasco Ferretti è uno storico sul periodo dell’occupazione tedesca in Italia. Ha scritto Vernichten. Processo di Venezia a Kesselring (Pacini Fazi, Lucca, 1984); Il 1944 in Toscana. Una estate rosso sangue (Firenze, 2001) ; Stragi naziste sotto la Linea Gotica. Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Padule di Fucecchio (Mursia, Milano, 2005); Kesselring. Biografia (Mursia, Milano, 2009); La strage del 23 agosto 1944, il processo e la memoria di una comunità (Pacini, Pisa, 2012); La Resistenza nel Pistoiese e nell’area tosco-emiliana (1943-1945). edizioni dell’Assemblea. Regione Toscana (Firenze, 2018).

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