Questione morale

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di Alfonso M. Iacono* – Mentre apprendo delle penose vicende che coinvolgono l’on. Lotti e un bel po’ di magistrati, leggo un bel libro, scritto da un giovane uomo, Michele Nardini che ha, credo, l’età del dirigente del PD. I comandamenti della montagna (Barta, Pisa 2019) racconta della guerra partigiana nelle Alpi Apuane, in Toscana. Il romanzo si basa su fatti accaduti, su personaggi realmente esistiti e sui racconti della generazione dei nonni dell’autore. Non narra soltanto del massacro di S. Anna di Stazzema, ma anche di vicende parallele che accaddero in quei boschi nell’agosto del 1944. Lo stile asciutto rende i personaggi come Davide, Lapo, Totò, Don Angelo, Tina quasi degli eroi per caso. Avrebbero preferito vivere tranquilli nella loro terra, ma non poterono. Qualcuno morì, qualcun altro sopravvisse. Avevano vent’anni. Vi sono due cose che, tra le altre, mi hanno colpito. La prima è questa frase: “So quello che stai pensando… che non c’è differenza tra noi e loro. A volte lo penso anche io: ma credi sia facile accettarlo?”. E invece la differenza c’è. Essa consiste nel dubbio: essere eguali ai propri nemici? E’ l’autointerrogarsi del partigiano Davide su ciò che stava facendo mandando due soldati nazisti alla fucilazione che dà il senso morale a una tragedia. E’ questa differenza che impedisce di rendere omologhe le parti contrapposte. La seconda è che “solo una causa come la resistenza poteva unire uomini così diversi. Una volta finita, niente li avrebbe tenuti insieme”. Eppure non fu così, perché uomini diversi per idee e visioni del mondo riuscirono a fare quella cosa straordinaria che è la nostra Costituzione.
Ma cosa ha a che fare questo romanzo con la vicenda di Lotti e il CSM? In un certo senso niente, in un altro tutto.
Niente perché sono due mondi così diversi storicamente. L’uno è fatto da un romanzo mentre l’altro è basato su colloqui registrati e spiati; l’uno è una finzione che ci restituisce una realtà storica, l’altro è una realtà che rischia di diventare una finzione. Piccoli uomini, politici e magistrati, che nel cuore della notte, di soppiatto, si riuniscono in un albergo per parlare di cose di cui non dovrebbero fra loro, preoccupati dei loro interessi personali mentre hanno responsabilità istituzionali, confondendo i ruoli come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo, mostrando un’inconsapevole arroganza, perdendo senza alcun sospetto la loro dignità e con essa il senso etico oltre che istituzionale.
Tutto, perché il mondo di Lotti e di questi magistrati è moralmente l’impallidirsi di una storia che ha visto, dopo lotte e sacrifici, la nascita della democrazia nel nostro paese, una democrazia che oggi sta diventando un fantasma di se stessa e per questo è in serio pericolo.
Che Lotti abbia o no commesso reato qui importa poco e comunque è affare della magistratura, quella sana, spero. E’ invece in gioco la questione morale. E’ in pericolo il ruolo della giustizia e dei magistrati. E’ sotto accusa la formazione della politica e dei politici. Che Lotti si sia autosospeso o che alcuni consiglieri si siano dimessi dal CSM è del tutto irrilevante se il Presidente della Repubblica che presiede il CSM, i vari presidenti delle Associazioni dei Magistrati, e il segretario del PD non pongono con forza la questione morale. Se il PD vuole davvero riflettere su se stesso, oggi che l’opportunismo è diventato una virtù, deve occuparsi della formazione dei futuri dirigenti politici, i quali nel loro bagaglio è bene che abbiano non solo i rudimenti dell’arte del consenso, ma anche e soprattutto la conoscenza storica e con essa il senso etico e morale di ciò che fanno. Solo così la passione che muove la politica può avere ragione dell’interesse personale.
*Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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