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Rachel Lee Hovnanian: lo specchio riflettente dei nostri desideri interiori e delle nostre dipendenze nascoste

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di Annalisa Bugliani – I lavori di Rachel Lee Hovnanian fungono da specchio riflettente dei nostri desideri interiori e delle nostre dipendenze nascoste. Utilizzando i colori della tavolozza, per lo più bianchi polari, l’artista decora istallazioni, sculture e le mura stesse dello spazio espositivo, così che le sue numerose performance, che sembrano immerse nel latte, producono un’invitante tela sulla quale proiettare un contenuto emozionale.

Per oltre dieci anni l’artista americana, originaria del Texas ma stabile da molti anni a New York, ha esaminato il mondo del digitale e la sua influenza crescente e invadente sulla società attuale e sulla nostra cultura. Parallelamente emergono dai suoi lavori anche le tematiche più crude delle dipendenze e dei valori sbagliati.

Perfect Baby Showroom, della serie Plastic Perfect, è un’installazione interattiva che immagina un mondo non così lontano, in cui i genitori possono selezionare il loro bambino ideale da un menù di neonati “perfetti”. L’installazione è realizzata come un set futuristico: i bambini riposano in una nursery, pronti per essere scelti da genitori ipnotizzati dai loro Smart phone.

Foreplay è un’installazione, una video proiezione posizionata verticalmente sopra un letto che mostra una coppia attorcigliata nelle lenzuola e illuminata solo dagli schermi di due telefoni: i due protagonisti scansionano e scorrono i display, troppo assorbiti dallo schermo dei telefoni per interagire tra loro. I personaggi del video sono soli anche se accoppiati. Casualmente, si ignorano a vicenda, rapiti e imprigionati da questi piccoli dispositivi.

NDD Immersion Room, un’istallazione presentata per la prima volta a New York nella galleria Leila Hellery Gallery, è la prima parte della “Three-part Women’s Trilogy”: una trilogia dedicata alle donne, pensando ai maschi, e una risposta alle frequenti discriminazioni di genere.

NDD Immersion Room è stato ispirato dal concetto di ‘Nature Decifit Disorder’, un’espressione che descrive le forme di “umana alienazione, disaffezione e emarginazione dalla natura” e la risultante del conseguente stato depressivo.

Questa prima opera si sviluppa in tre fasi: la prima è rappresentata da un’area minimalista di attesa, piena di caricatori telefonici, la cui funzione è quella di intrattenere, mimando le ansie provocate dall’uso quotidiano dello Smart Phone. Sul muro un’insegna al neon recita “Fuck My Life, My Battery’s Dead” e sotto l’icona del caricatore con il simbolo Apple per provocare facilmente un picco di panico tra i visitatori.

La seconda fase è la foresta di Hovnanian, quella in cui l’artista ha vissuto la sua infanzia. I partecipanti vengono esortati a lasciare il loro telefono chiuso in una casetta di sicurezza e a esplorare l’area con la sola luce di una lanterna a Led. In questo modo possono sperimentare la fragranza e l’odore degli alberi di pino e il suono dei grilli (tutti e due reali) e il crepitio delle foglie secche calpestate dai piedi cittadini.

Nella terza e ultima fase si prova la tentazione di tornare indietro, è buio e si è da soli.

I visitatori che procedono oltre, trovano un quadro che rappresenta il fuoco e sono in grado di fissare le stelle sul soffitto, in un momento di calma nel mezzo della città…

In tanti, una volta usciti, hanno descritto la sensazione di aver rivissuto momenti della loro infanzia, esempio weekend in camping o ricordi di vacanze in montagna. Nessuno però esce senza aver provato delle emozioni forti e concrete.

In definitiva, NDD Immersion Room è un test di abilità, volto ad apprezzare la natura e la pace che offre, come pure la volontà a rimanere soli, tagliando fuori la falsa sicurezza che i nostri network o gli Smart phone e social media ci offrono.

Se cento persone riescono ad immergersi nella stanza, esisterebbero cento esperienze uniche: una rarità per i nostri tempi.

L’artista ha valutato le dipendenze e le pressioni della società contemporanea attraverso un obiettivo femminile, dando inizio a conversazioni difficili sulla dipendenza dai social media e dall’abuso di sostanze, come l’alcool.

Happy Hour è la seconda parte della “Three-part Women’s Trilogy” attraverso la quale Rachel Hovnanian esamina le dipendenze e l’abilità a frantumare qualsiasi illusione a cui potersi aggrappare rispetto alla vita che non dà certezze. La perfezione, spesso connessa con la purezza e l’infallibilità, può solo esistere come concetto, impossibile a raggiungersi. Quadri e istallazioni sono una profonda rappresentazione delle regole di una società che tenta di creare ordine ma che molto spesso produce l’effetto contrario.

La nostra cultura sostiene molti ideali e aspettative. Nel suo lavoro, l’artista si appropria di questi ideali e li riduce a brandelli, mostrandoci un mondo senza relazioni ma pieno di ansie e paure; nel mezzo di questa inquietudine, ci rivela anche tenerezza e compassione per se stessa e per il mondo. Hovnanian, cresciuta tra gli anni ‘60 e ’70, anni nei quali l’artista abbraccia come modello il mondo ordinario per bambini del libro ‘Dick and Jack’.

In questi quadri Rachel si è ispirata, proprio, allo stile di scrittura tratto dalle conversazioni di Dick e Jack e lo ha adattato ai suoi pensieri, scrivendo in corsivo e utilizzando il gesso su più livelli attraverso la pittura e il collage.

Si legge nel dipinto:

“Look Jack,” dice Dick, “Here is somenthing funny, can you guess what it is?”

“Oh Yes,” risponde Jack, “I can guess what it is. This will help me find father.”

Una poltrona vuota è disegnata in gesso, in basso sulla tela. Fotografie sono inserite in quasi tutti I dipinti e in particolare in questo troviamo una foto che ritrae una ragazzina dallo sguardo vigile – l’artista – ripetuta molte volte. Il padre di Hovnanian era un alcolizzato: imprevedibile e spesso arrabbiato quando beveva. Questi quadri sono i ritratti della sua famiglia e delle conseguenze psichiche sulle dinamiche familiari causate dagli effetti dell’abuso di alcool.

Pure/NDD è la terza e ultima parte della “Three-part Women’s Trilogy”, è una meditazione sul perfezionismo in una cultura assediata dalle immagini aspirazionali. Nell’era digitale, portata avanti prepotentemente dai social media, queste immagini sono onnipresenti e usate in maniera avvincente verso un’ideale sociale di perfezione e purezza. Qui, ad esempio, una scultura di marmo Statuario di Carrara è realizzata a somiglianza di una saponetta “Ivory”.

Power & Burden of Beauty

Qui Rachel Lee indaga anche il mondo femminile delle dipendenze estetiche e della ricerca spasmodica della perfezione, da qui il titolo della mostra. La bellezza diventa potere e anche fardello; la nostra società vuole una bellezza perfetta oltre ogni limite e spinge verso modelli stereotipati ed eccessivi.

Le sue opere sono un richiamo, un urlo affinché le donne e la società tutta, si ravvedano dalle dipendenze che la stanno dilaniando. Ed è anche un invito ad allontanarsi da questa forma di narcisismo malato, esaltato dai social network, che ben presto ci fagociterà.

Una fine drammatica a cui pare destinata anche “Beauty Queen Totem” la bella protagonista di una scultura in marmo Bianco di Carrara alta oltre tre metri.

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