Restaurata “L’ultima cena” di Plautilla, la più grande opera dipinta da una donna

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di Veronica Ferretti – Dopo cinque anni di accurato restauro dal 18 ottobre a Firenze è tornata visibile nel refettorio di Santa Maria Novella l’opera della prima pittrice fiorentina l’“Ultima Cena” di Plautilla Nelli, rimasta nascosta al pubblico per più di 450 anni fin quando alcuni anni fa venne esposta alla Galleria degli Uffizi come emblema dell’arte fiorentina declinata al femminile sin dai tempi del Rinascimento.

Questa “Ultima Cena” è, infatti, unica nel suo genere trattandosi dell’unica rappresentazione del celebre evento evangelico dipinta da una donna. Essa è, inoltre, l’opera di una pittrice del Cinquecento che fu dapprima suora e poi per tre volte priora del convento di Santa Caterina da Siena a Firenze dove aveva presi i voti, appena quattordicenne, nel 1538 mutando il nome da Pulisena Margherita Nelli in Suor Plautilla.

Ma la caratteristica maggiore di questo dipinto è che esso misura sette metri per due e che le tredici figure che rappresentano Cristo e i suoi Apostoli a grandezza naturale vennero dipinte dentro una vera bottega d’arte che Plautilla aveva aperto assieme alle sue consorelle. Qui non si tenta, come invece volle fare Leonardo da Vinci, di cogliere gli Apostoli nelle loro emozioni mentre Cristo annuncia che qualcuno di loro lo tradirà.

Le figure dipinte dalla Plautilla, invece, colloquiano tra di loro o sono rivolte con atteggiamenti devozionali verso il Maestro. La loro fisionomia è piuttosto uniforme.

Scrive il Vasari che la suora fiorentina aveva una così scarsa familiarità con il corpo maschile che i soggetti rappresentati nelle sue tele, compresi gli Apostoli dell’ “Ultima Cena” finiscono con l’assumere un eleganza femminile.

Il restauro ha portato alla luce anche altre particolarità sulla maniera con la quale Plautilla dipingeva come l’impiego di un disegno preparatorio appena accennato e un modo di dipingere in maniera veloce ma con pennellate potenti e cariche di colore. Vivendo in convento, le rimase oscuro il passaggio dal Rinascimento al Manierismo. Il suo stile imita in buona parte quello dei maestri che dipingevano nelle chiese fiorentine dei domenicani, detti la “Scuola di San Marco” come Fra Bartolomeo, Mariotto Albertinelli e Lorenzo di Credi.

Della sua produzione, oltre a questo straordinaria “Ultima Cena” restano la “Pentecoste” nella chiesa di San Domenico a Perugia e il “Compianto sul Cristo morto” oggi al Museo di San Marco a Firenze. Segno ricorrente nei suoi ritratti di Santa Caterina de’Ricci, iconografia riprodotta anche per Santa Maria Maddalena de’Pazzi e la stessa Caterina da Siena, è la presenza di una lacrima come segno della capacità femminile di entrare in empatia con la passione di Cristo.

Il restauro di questa opera che misura quattordici metri quadri di grandezza, costato oltre duecentomila euro, ha richiesto uno sforzo collettivo a partire dall’impegno di Awa, – Advancing Woman Artists, associazione americana impegnata a promuovere le opere delle artiste fiorentine, che a suo tempo aveva lanciato una campagna di raccolta fondi – dei Musei Civici fiorentini, del Comune, della Soprintendenza per le Belle Arti e della Confraternita di Santa Maria Novella.

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