Roma: il neo-neorealismo messicano alla conquista di Hollywood

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di Andrea Bertuccelli – Nella notte tra domenica e lunedì scorsi, gli occhi insonni dei cinefili più incalliti erano sicuramente rivolti alla serata del Dolby Theatre di Hollywood, in cui come ogni anno si assegnavano i tanto ambiti (quanto discussi) premi Oscar per la stagione cinematografica passata.
Per quanto io tenda a rimanere abbastanza indifferente nei confronti dei premi assegnati in questa manifestazione, più mondana e meno meritocratica rispetto ad altri festival in giro per il mondo, è indubbio che in mezzo a tutti questi lustrini, agli abiti sgargianti e all’ostentazione più mainstream si nascondano sempre sprazzi di Cinema puro; soprattutto in questi ultimi anni, in cui anche le produzioni più di nicchia e autoriali sono state prese maggiormente in considerazione, a partire dal trionfo nei premi tecnici di “Mad Max: Fury Road” dell’inossidabile George Miller nel 2016, per arrivare alla vittoria di Guillermo Del Toro lo scorso anno, col fantastico mix di generi che ci regalò con “La Forma dell’Acqua”.

Anche quest’anno il palato dei cinefili più raffinati è stato solleticato da titoli di alto livello qualitativo, fra tutti lo splendido BlacKkKlansman di Spike Lee, il sontuoso “La Favorita” di Yorgos Lanthimos e l’emozionante Roma di Alfonso Cuarón.
Tornerò sicuramente a parlare dei primi due prossimamente, ma mi vorrei soffermare su quest’ultimo: probabilmente il titolo che ha suscitato in me maggior interesse durante la premiazione, in parte anche per puro e semplice campanilismo, dato che l’autore messicano è mio concittadino onorario.
Anche grazie a questa piacevole combinazione sono riuscito a gustarmi Roma in sala all’anteprima dello scorso Dicembre al Cinema Comunale di Pietrasanta, con la possibilità di interagire col regista dopo la proiezione.
Un’occasione che ho colto al volo, data la scarsa distribuzione garantita da Netflix (circa sessanta sale in tutta Italia), in linea con la propria politica di piattaforma streaming. Speriamo che piano piano si apra maggiormente alla collaborazione coi cinema perché una cosa è l’esperienza in sala, un’altra è vedersi un film sul divano, soprattutto per prodotti come “Roma”, pensati fin da subito per la fruizione sul grande schermo.

Questi film non meritano, ma esigono la magia della sala.
La pellicola di Cuarón si basa sulle memorie d’infanzia e gioventù del regista, e ha come teatro il quartiere Roma nella Città del Messico di inizio anni ’70, agitata dalle proteste studentesche contro il governo dittatoriale.
In questo contesto viene raccontata la storia di Cleo (l’esordiente Yalitza Aparicio), una domestica di origine mixteca al servizio di una famiglia borghese, che vedrà cambiare la propria vita dopo la notizia di una gravidanza inattesa.
Abbandonata dal padre del nascituro, si troverà a condividere la tristezza della solitudine femminile con la padrona di casa, madre di quattro figli e anche lei alle prese con un matrimonio a pezzi; affronterà così un percorso di maturazione ostico e crudele, per raggiungere un progressivo cambiamento attraverso pesanti sacrifici fisici ed emotivi.
Ci troviamo di fronte ad una storia semplice, una serie di eventi concatenati che conducono i personaggi ad una crescita: scene di vita quotidiana, ordinarie per quel periodo e per una persona dell’estrazione sociale della protagonista, raccontate con grande maestria, grazie ad un gusto autoriale riconoscibile nei vari punti di forza di quest’opera.
Le colonne portanti che valorizzano la pellicola sono indubbiamente un bianco e nero elegantissimo, una regia fluida e tecnicamente perfetta (forse anche troppo), un sonoro coinvolgente e una recitazione autentica e credibile, guidata da una sceneggiatura altrettanto realistica e verosimile (svelata agli attori giorno per giorno per immedesimarli maggiormente nella successione degli eventi).
Le immagini parlano: è completamente in lingua originale sottotitolato, ma ad un certo punto quasi non leggevo più i sottotitoli.
La forza del mezzo Cinema, quando usato con sapienza, fa anche questo.

I richiami al neorealismo italiano sono evidenti, sia nello stile narrativo che nella messa in scena, ma personalmente ho trovato anche qualcosa dell’Amarcord di Fellini nella natura stessa del progetto; prende a piene mani dalla tradizione cinematografica italiana, che per stessa ammissione del regista è fonte di ispirazione per tutti gli autori internazionali.
Si può quasi parlare di un neo-neorealismo “sporcato” dalla perfezione registica, che non era propria della corrente cinematografica di cui “Ladri di biciclette” fu uno dei simboli fondamentali.
Interessante è stato il dibattito post-proiezione con lo stesso Cuarón: un uomo semplice, un artista umile, che lascia con grande piacere le interpretazioni personali allo spettatore, nel massimo rispetto dell’arte e della sua fruizione.
Sì, perché anche di interpretazioni dobbiamo parlare: la narrazione infatti è ricca di simboli che accompagnano una trama lineare. Ad una seconda visione questo simbolismo costituisce una valore aggiunto che regala qualcosa in più ad uno spettatore attento, giustamente distratto ad un primo sguardo dalla forza emotiva della narrazione.
L’acqua in particolare è l’elemento centrale che accompagna la nostra Cleo dalla scena iniziale fino alla meravigliosa sequenza pre-finale, che culmina in un abbraccio in riva al mare, già iconico e per me di diritto nella storia del cinema moderno.
Simpatica fu la risposta di Cuarón alla domanda sul perché l’acqua fosse tanto ricorrente: “Lo scorso anno ha portato tanta fortuna al mio amico Guillermo Del Toro, quindi perchè no?”
Così è stato, con lo stesso Del Toro a consegnargli il premio Oscar per la miglior regia, che va a sommarsi a quelli per la miglior fotografia e per miglior film straniero: la chiusura di un cerchio messicano alla conquista di Hollywood con ondate di classe.

Il consiglio è molto semplice e diretto: lo dovete vedere, possibilmente sullo schermo più grande che avete a disposizione e con l’impianto audio migliore possibile; o ancora meglio in sala, dato che grazie al recente successo alcuni cinema lo riproporranno a breve, tra i quali, in Versilia, il Cinema Borsalino di Camaiore e lo stesso Cinema Comunale di Pietrasanta.
Siamo senza dubbio di fronte a una delle opere più belle dell’anno passato: una storia di donne, di forza umana, di sofferenza e gioia, di vita e morte.
Mondi lontani a livello socio-economico accomunati dalla potenza dei sentimenti, donne sole nella stessa realtà maschilista vista da prospettive diverse.
Ho ancora i brividi addosso per un paio di sequenze enormi, ma come già accennato in precedenza, quell’abbraccio ce lo porteremo dentro per molto tempo; un’inquadratura potentissima che anticipa un finale semplice ma efficace, che va a chiudere il cerchio con l’incipit: guardare coi propri occhi una realtà che inizialmente potevi permetterti di vedere solo riflessa in una pozza d’acqua sporca, salendo al di sopra di essa e avvicinandoti al cielo.
Una delle più eleganti metafore della crescita che abbia visto di recente in sala.

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