Scuola, ordine e disciplina

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di Alfonso M. Iacono* – Non bastava l’idea della scuola come azienda che sta distruggendo ogni forma decente di apprendimento, ora alla scuola aziendale Salvini vuole aggiungere il ritorno del grembiule. Le due parole d’ordine sono “ordine e disciplina”. Un altro passo e saremo al “libro e moschetto, fascista perfetto”! La scuola dunque come una specie di sintesi tra azienda e caserma. Registri elettronici, telecamere, divise: ecco gli elementi caratteristici di un sistema di istruzione basato sul dispotismo, sul comando, sull’obbedienza, quella che Don Milani non considerava più una virtù. Cominciamo dai registri elettronici, il trionfo della tecnologia al servizio della distruzione di ogni sano rapporto tra genitori, insegnanti e figli. La scuola come il Panopticon del filosofo utilitarista Bentham che Foucault ha descritto in modo magistrale nel suo capolavoro Sorvegliare e punire. Cos’era il Panopticon? Un progetto di carcere che doveva educare i detenuti e che era stato progettato in modo che a dominare fosse il controllo. I sorvegliati potevano essere visti e controllati dai sorveglianti, mentre i sorveglianti potevano controllare i sorvegliati senza essere visti. Il controllo: le relazioni umane fondate sul controllo, i corpi gestiti dal controllo, le menti governate dal controllo. Se l’elemento principale che determina una relazione è la diffidenza, la svalorizzazione e la sfiducia, allora ciò che illusoriamente finisce con il prevalere è il controllo. Un alunno deve abituarsi a essere controllato. Non può più marinare la scuola, perché la sua assenza arriva telematicamente ai suoi genitori. Tutto deve essere trasparente, lo esige la democrazia, si dice. Solo che in questo caso la trasparenza dell’informazione rivela tutta la sua natura dispotica, conseguenza dell’idea che ogni rapporto tra genitori e figli, tra insegnanti e alunni sia esclusivamente o quasi di dominio, di comando, di obbedienza, di diffidenza. Dato che il mondo è caotico e insicuro; dato che la scuola deve soprattutto dare risultati tangibili, facendo crescere il suo PIL (numero di iscritti, ecc.), come far funzionare l’azienda? Con l’occhio elettronico che controlla e con il ritorno del grembiule che diventerebbe il suggello (anti)estetico di tali relazioni edificanti. Nell’educazione e nell’apprendimento vi sono relazioni di potere. Personalmente detesto il democraticismo che spesso significa rinuncia alle proprie responsabilità, regolarmente scaricate sui figli e sugli alunni. Ma quando le relazioni di potere diventano stati di dominio, allora tutto cambia. L’autorevolezza si trasforma in autorità dispotica e, dall’altro, ogni forma di autonomia che dovrebbe essere intrinseca alla crescita dell’apprendimento, viene mortificata e annullata perché vista in ogni caso come disobbedienza e trasgressione. L’autorevolezza implica fiducia, l’autorità paura. E’ vero che il filo tra autorevolezza e autorità è molto sottile, ma ogni genitore e ogni insegnante dovrebbe cercare di non spezzarlo mai o almeno, poiché inevitabilmente tutti si sbaglia, di rendersi conto di averlo spezzato e cercare di ricucirlo. Un genitore autoritario non riesce a riconoscere nel figlio che ama un essere altro e autonomo da lui, un insegnante autoritario concepisce l’insegnamento come comando e obbedienza, perché vuole soddisfare in primo luogo soprattutto il proprio narcisismo. Trovare un equilibrio non è facile, ma chi ha detto che essere genitori o essere insegnanti sia facile? Di sicuro utilizzare i metodi di controllo, disciplina e obbedienza significa rifiutare il fatto che l’apprendimento comporta l’autonomia del pensare e il senso critico; comporta quello che Flaubert chiamava la bêtise, cioè la stupidità del conformismo e dei luoghi comuni che oggi i mass media e i social sanno rafforzare così bene.
*Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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