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Storia di ordinaria disumanità

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di Alfonso M. Iacono* – Stefania Grotta D’Auria ha 45 anni, sposata, madre di un figlio di 11 anni, dipendente part-time di Eurospin Tirrenica da 7 anni. Ha la sclerosi multipla, ha subìto un trapianto. Ha fatto più di 180 giorni di malattia. Licenziata. E’ per contratto. E’ nelle regole. E’ nella legge. E’ nella normale, quotidiana disumanità. Intervistata, Stefania ha osservato che se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, lei è stata privata di questo diritto, ma soprattutto è stata privata del suo modo di vivere una vita normale. E’ cassiera e fa in modo, come tutti i lavoratori, che l’azienda in cui lavora vada avanti, assicuri i profitti agli azionisti e i lauti stipendi ai dirigenti. La realtà è questa, ma si presenta sempre come rovesciata. Tutto appare come se dovessero essere i lavoratori a dover ringraziare chi dà loro lavoro e chi li dirige. Tempo fa alla Conad, quella per cui dietro le cose vi sono (sic!) anche le persone, una donna venne licenziata per un panino, e l’Unicoop Tirreno, (la Coop siamo noi!), assoldò dei crumiri per sostituire degli scioperanti e fu condannata. Ora tocca all’Eurospin dare questo bel messaggio aziendale. A cosa serve una cassiera che ha problemi fisici, fa molte assenze per malattie, peraltro assai serie e invalidanti? Per l’azienda è una perdita economica, una cosa non una persona, dunque va licenziata. Ogni donna e ogni uomo sono cifre in un libro di conti, anzi in un computer dotato di un programma aziendale. Come è stata licenziata Stefania? Con una raccomandata. Ha provato a telefonare agli uffici, ma figuriamoci! Nessuno ha risposto. Lo stesso Tirreno ha telefonato all’azienda e la segretaria ha risposto che i dirigenti erano tutti in ferie. Ora, ammettiamo pure che sia una pietosa bugia di una segretaria imbarazzata che è costretta a fare muro per i suoi coraggiosi dirigenti. In ogni caso, nessuno di loro ha naturalmente trovato il tempo di chiedersi quale fosse la condizione esistenziale di Stefania, andarle a parlare, cercare di capire cosa significhi vivere con la sclerosi multipla e subire un trapianto, provare a mettersi nei panni di chi evidentemente soffre ma ha bisogno del lavoro non solo per ovvi motivi economici, ma anche perché è così che può sentirsi come gli altri, riappropriarsi di se stessa, dare un senso alla sua identità. Tutte cose che non sono previste nel libro di conto, anzi nel computer con il programma aziendale. Non sono previsti il rispetto per la persona, la preoccupazione per la sua salute, la comprensione per i suoi disagi, le sue sofferenze, le sue difficoltà. Tutto questo che, visto da un altro pianeta apparirebbe come insana follia e indifferente cattiveria, guardato dal nostro interno appare come normale, perché siamo assuefatti alla disumanità e pensiamo che sia parte integrante della nostro stesso essere umani. E invece non lo è. Ci sembra naturale la logica commerciale e produttiva un’azienda, la quale, in casi come questo si comporta come gli alieni invasori in quei film di fantascienza, dove alla domanda: “perché ci odiate”, loro rispondono con calma e freddezza: “non vi odiamo. Abbiamo bisogno del vostro spazio per sopravvivere e voi siete di troppo. Ci dispiace”. Immagino che l’azienda abbia scritto a Stefania con lo stesso tono burocratico, freddo, impersonale. Nei film gli umani alla fine combattono e talvolta riescono a cacciare gli alieni. E nella realtà storica? Con la mobilitazione e la solidarietà, l’azienda è stata costretta a ritornare sui suoi passi. Ma se manda una raccomandata per licenziare e i dirigenti non si fanno trovare a telefono, vuol dire che anche questa, come molte, troppe altre, è una storia di ordinaria disumanità che va combattuta in quanto tale, una storia in cui non sono protagonisti degli alieni, ma degli umani senza umanità.

* Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Pisa

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