Una storia vera per il Giorno della Memoria “REQUIEM PER OTTLA KAFKA”

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Nella notte del 9 ottobre 1943, nelle baracche del Kindergarten di Terezìn, nessuno dei 1.196 bambini orfani della Shoah e delle 53 guardiane che li avevano in custodia stava dormendo in attesa dell’ora di partenza alle prime pallide luci dell’alba.
I loro cuori erano colmi di speranza sapendo che, usciti dal ghetto e saliti nei 20 vagoni merci del convoglio ferroviario pronto sui binari con destinazione Copenaghen, sarebbero stati messi in libertà e che, finita la guerra, da lì sarebbero potuti tornare nella Terra Promessa.
La certezza di una vita nuova veniva dal fatto che tutti avevano ricevuto scarpette nuove e un cappotto di panno che non portava cucita la stella a sei punte di color gallo, ma solo un numero di identificazione sul petto.
Nessun sospetto che tutto questo fosse una terribile menzogna era stato avanzato neppure dalle sorveglianti. Una di queste, Ottla Kafka, avvolta nella sua consunta divisa di guardiana del ghetto, stava seduta a terra cercando, nel buio pesto dei vagoni sigillati, di rincuorare le bambine più smarrite e i ragazzi più irrequieti.
Dopo la prima ora di viaggio la cadenza monotona del battito delle ruote del treno sulle rotaie aveva il sopravvento e molti di loro, benché dalle fessure entrassero le prime luci dell’alba di un giorno grigio, erano stati sopraffatti dal sonno. Poco tempo dopo il treno si era fermato e da fuori si erano alzate voci che ordinavano di scendere dal vagone.
E’ stato a quel punto che Ottla, avendo intuito che il viaggio era finito troppo presto per esser arrivati in Danimarca, ha sentito il sangue raggelarsi nelle vene. Balzata in piedi, guardando dalla fessura che lasciava intravedere l’esterno, ha visto che il treno si era fermato a Oswiecim (Auschwitz per i tedeschi) e non a Copenaghen.
Allora ha provato un senso di vergogna e di impotente ribellione per l’inganno perpetrato a danno degli orfani che le erano stati affidati e ha giurato in cuor suo che, qualunque cosa fosse stata riservata loro, lei non li avrebbe abbandonati al loro destino di morte sicura né sarebbe tornata al Kindergarten. Avrebbe spontaneamente condiviso la loro sorte.
Anche lei, come loro, era juden. Lo erano le sue due sorelle, Ellie e Valli, morte prima di lei nel campo di sterminio di Chelmno. Naturalmente lo era stato anche Franz Kafka, suo fratello, morto due decenni prima. Egli aveva già visto ne “La colonia penale” il lager destinato all’ ebreo. E nel racconto “La metamorfosi” lo aveva descritto, preveggendo il nazismo, come ripugnante insetto.
Adesso erano lei e questi piccoli sopravvissuti alla decimazione delle loro famiglie, a dover entrare ad Auschwitz. Una schiera di pretoriani neri con cani neri al guinzaglio, urlando Schnell! li avevano poi spinti brutalmente lungo la Judenrampe.
Un ufficiale medico che, dicendo Links o Rechts, aveva finito di smistare a destra o a sinistra un gruppo di uomini e donne a seconda se ritenuti abili al lavoro oppure no, ha risalito la lunga colonna dei piccoli orfani ebrei e si è fermato davanti a Ottla.
Visto che Ottla nascondeva dietro di sé due gemelli terrorizzati dal latrato dei cani e dal frastuono del treno in partenza le ha ordinato di consegnarli alle SS che lo accompagnavano. La donna non ha ubbidito. Allora l’ufficiale l’ha colpita con lo scudiscio in faccia e come lei ha lasciato la presa il selezionatore ha urlato a gran voce “Gemelli! Chiamate il dottor Mengele.”
Appena ha sentito quel nome, Ottla Kafka, rialzatasi da terra, ha tratto a sé i due bambini mentre un drappello di soldati scortava l’arrivo di colui che nel campo era chiamato il ‘dottor Morte’. Non perché egli avesse un aspetto malvagio. Anzi quel volto terribilmente pallido aveva lineamenti gentili.
I capelli neri e ordinati erano divisi da una scriminatura perfetta. Portava il bavero dell’uniforme rialzato dietro la nuca e la croce di ferro sul petto. A impressionare Ottla era, piuttosto, il suo sguardo cupo e quelle labbra sottili atteggiate a un sorriso che appariva decisamente perfido. “Eccomi”, ha risposto. Il capitano medico Mengele ha chiesto al selezionatore dove fossero i gemelli. Questo era l’oscuro oggetto del desiderio della Bestia. Su di essi praticava gli esperimenti medici più atroci e ne aveva il potere di vita e di morte.
Per proteggerli la donna è corsa in avanti per consegnarsi al posto loro. Sapeva che al castigo della razza non si sfugge ed era pratica di punizioni per la sorte già toccata alle sue sorelle. Se dovevano farla morire, potevano farlo adesso dal momento che era lei stessa a rifiutarsi d’essere salvata.
Il dottor Morte l’ha liberata dalle mani dei suoi sgherri. Poi è andato alle spalle di lei e per circuire le sue piccole vittime ha passato una mano sui loro capelli biondi.
Ottla è inorridita sapendo che Mengele ad Auschwitz cercava sempre gemelli monozigoti o ragazzi biondi con occhi castani per trasformarne in laboratorio il colore iniettando blu metilene. Non potendo opporsi, ha urlato la sua rabbia provando un disgusto indicibile. In quel momento i gemelli si sono strappati a forza dalla presa di Mengele e hanno corso come disperati in cerca di una via d’uscita che non c’era.
Quando lei ha cercato di raggiungerli è stata sbattuta via come fosse fatta di niente. Palesemente irritato, Mengele ha chiesto al selezionatore di mostrargli la scheda del viaggio che forniva le generalità della donna come guardiana dei Kindengarten. Camminando su e giù l’ha letta più volte dicendosi poi lusingato di trovarsi di fronte alla sorella di Franz Kafka.
Ha confessato di aver letto “Die Verwandlung” prima che Goebbels, commettendo a suo avviso un grave errore, lo mandasse al rogo. “Nessun ebreo, ha detto Mengele, era stato mai descritto in modo più veritiero del sentirsi come uno scarafaggio”. Così dicendo ha ordinato al selezionatore di portare nel suo laboratorio quei gemelli e quanti altri ve ne fossero.
Sentendoli condannati, Ottla ha gridato a gran voce l’inganno subito. “Si aspettavano la libertà in Danimarca, non di morire ad Auschwitz!”. «Ah, la Danimarca! Il principe Amleto. Essere o non Essere? Questo è il problema!» le ha risposto beffardo Mengele tornando in mezzo ai suoi pretoriani. Di fronte al dolore altrui recitava.
Ottla ha avuto un sussulto e poi, ad un tratto, mentre venivano tutti quanti spinti in avanti, ha sentito di non provare più nulla in cuor suo. Era esausta come Franz, il suo amato fratello, che in punto di morte ai medici che stavano uscendo dalla camera aveva detto “Non andate via. Me ne vado io”. Del resto, che destino le avrebbe riservato la vita tornando al campo di Terezìn?
Attendere il prossimo annientamento? Altre false promesse e poi lo strazio della disillusione?
Allora ha cessato di lottare e si è incamminata docile dietro i bambini che venivano già sospinti verso le camere vuote e silenziose. Laggiù, sotto una pioggia di acido prussico, tutto sarebbe finito nella polvere sotto un cielo indifferente alle loro lacrime.
Vasco Ferretti
(*) La vicenda è più ampiamente narrata dall’autore
in ‘Kafka ad Auschwitz e l’inganno della libertà’

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