Vi presentiamo il Maestro Loriano Geri

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Lo studio di Loriano Geri è piccolo, ma allo stesso tempo infinitamente grande, per le opere che contiene, per i quadri sistemati, catalogati con la cura di un certosino. In uno spazio così piccolo, quadrato, tutto è al suo posto, in ordine. Non solo quadri, ma anche cataloghi, colori, disegni. Alle pareti un disegno di Lorenzo Viani e più di uno del nipote musicista. Si entra e la prima cosa che si vede è il cavalletto dove Geri ha appoggiato un quadro grande. Rappresenta la nebbia, ma se si presta attenzione l’occhio scopre una luna nascosta nel cielo e gli alberi delle barche della Darsena di Viareggio. La dimensione dei quadri di Geri non potrebbe essere descritta che con le parole che il pittore stesso ha utilizzato per descriversi, per definire l’arte di Geri.

“La mia ricerca da diversi anni è ispirata da tre cose. Luce, spazio e silenzio. Subentra un fatto mentale e l’oggetto può anche essere astratto. Io mi definisco un iperrealista che trasfigura la realtà, che si avvicina al surrealismo metafisico”.

La prima mostra personale risale al 1950. Geri ha 15 anni. Quando ha iniziato a dipingere?

“Ho sempre dipinto. Quando ero piccolo facevo i colori. Compravo le polveri e poi con l’olio di lino le maceravo. Mi ricordo che il preside di una scuola mi fece fare una mostra al CRO, un locale della Darsena viareggina”.

Il mare, la Darsena, Viareggio. Cosa rappresentano per la sua pittura?

“Sono nato nel cuore di Viareggio, nel quartiere Darsena, in via Coppino, davanti ai cantieri navali. La Darsena per la mia pittura è una retrospezione. Un insieme di ricordi e di memorie sospese. Gli spazi e i silenzi che cerco di rappresentare sulla tela li ho vissuti nel dopoguerra fino agli anni ’60-’65. E’ come aver vissuto un periodo sulla luna. Ora mi ritrovo sulla terra, in un mondo arrogante. Tutto era una scoperta. C’era la voglia e il sapore della vita, anche se c’era molta povertà”.

Perché dipinge la luna?

“La luna perché sono un romantico”.
Alcuni critici hanno detto che Geri è malinconico.
“La malinconia… un’espressione di vivere anche quella. Ha il diritto di vivere anche chi non sorride”.
Cosa offriva e cosa offre Viareggio agli artisti?
“L’artista viareggino che ha vissuto o vive a Viareggio rimane troppo isolato dai grandi centri di arte e cultura. Non ci sono spazi espositivi. Anche da parte delle istituzioni mi sembra ci sia una certa indifferenza. Non si ha la possibilità di incontri con grandi artisti e l’occasione di assistere e partecipare a mostre di grande interesse”.

Le influenze pittoriche hanno condizionato la sua pittura?

“Non credo. Nel 1957 capii che la mia pittura era fortemente influenzata dalla pittura versiliese. Sentivo la necessità e il bisogno di liberarmene. Lasciai lentamente la tradizionale pittura versiliese e agli inizi del 1963 mi avvicinai alla pittura lombarda, alle esperienze del realismo espressionistico. Il mio racconto è un viaggio silenzioso dell’anima lungo percorsi di ricordi. Il linguaggio è cambiato, la visione iconografica e lo spirito hanno ora una radice esistenziale di solitudine, di silenzi e spazi più esasperati. Nel 1963 c’è anche l’esperienza versiliese. Insieme ad altri pittori si crea il Gruppo Versilia, ma dopo tre mostre nascono incomprensioni. Non c’era coesione tra gli artisti”.

Perché Milano?

“Come pensiero e visione sono vicino alla pittura lombarda. Andavo periodicamente a Milano negli anni ’63-’65. Frequentavo i pittori Martinelli, Banchieri, Luporini, Ferroni, Giannini, anche loro toscani, che in quel periodo vivevano a Milano. I pomeriggi ci incontravamo e spesso facevamo il giro delle gallerie d’arte. Era un periodo di ricerca più razionale”.

A Milano c’era la Nuova Figurazione.

“Un gruppo di giovani artisti, Ferroni, Luporini, Banchieri e altri, dopo le esperienze del realismo esistenziale, negli anni ’60 partecipano alla nascita della Nuova Figurazione. Un genere che nasce in mezzo a due movimenti, il realismo sociale e gli informali. È un nuovo modo di vedere le cose con gli occhi e l’anima liberi dalle vecchie abitudini. La realtà non ha immaginazione ma è l’artista che deve sviluppare la natura con la propria sensibilità”.

L’esperienza negli Stati Uniti?

“Sono stato invitato dalla Galleria Tornabuoni di Firenze a esporre negli Stati Uniti, in una collettiva itinerante in varie città. Una collettiva di pittori contemporanei italiani. Era il 1963”.

Come è oggi il mercato dell’arte rispetto a quegli anni?

“In quegli anni il mercato dell’arte era molto più fertile, erano gli anni del boom economico. Si vendeva molto. Da quando la lira è stata sostituita dall’euro il costo della vita è altamente aumentato, mentre il potere di acquisto è stato dimezzato. A risentirne è stato sopratutto il mercato dell’arte. La pittura nel mondo del consumismo è diventata un prodotto, le vendite spesso non rispondono ai valori veri. Se c’è un mercato. Spesso è un mercato di non meritocrazia. Con il denaro annulli le regole e gli equilibri”.

Nel 1976 smette di dipingere. Una pausa di 15 anni.

“Non sono neanche più entrato in una galleria. Poi una domenica mi rinnamoro e torno a dipingere. Ma non è stato facile riprendere, soprattutto ritrovare la mia tavolozza”.
Che ruolo ha avuto il figurativo? “La figura l’ho dipinta come fatto storico, epocale. Ho dipinto tra gli altri anche i Ragazzi del Jukebox, la LSD. E’ il periodo del bianco e nero”.

Come nascono i suoi quadri?

“Quando ricevo le emozioni le trattengo, le imprigiono a lungo termine. Studio le forme, il contenuto, l’ombra per capire la luce. Tutte esperienze per arrivare a fare quello che faccio”.

Come li realizza?

“Ho bisogno di preparare la tela con i colori, la tela bianca non mi piace. Il quadro lo realizzo sempre dal basso e spesso non lo disegno”.

Si è mai cimentato in altre forme d’arte?

“No, la scultura a volte non la capisco”.

I più grandi pittori del ‘900 secondo Loriano Geri.

“Picasso, Bacon, Rotcho, Pollock, Modigliani”.

loriano geri

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